De Gama e Adamastor, di Filippo Salvatore (2)



“Adamastor e il Capo di Buona Speranza”
Postfazione di Giuseppe F. Pollutri

Non una semplice poesia, ma un vero poemetto, lungo e articolato, è questo di Filippo Salvatore, poeta e saggista italo-canadese. Una narrazione  rapsòdica la sua, che fa riferimento a “I Lusiadi” di Luís de Camões (1572), celebrazione in stile omerico della scoperta della via marittima per l’India realizzata, circumnavigando l’Africa, dal navigatore portoghese Vasco da Gama .
Il cruciale momento storico, descritto in ben dieci quadri o scene, si direbbe un dialogo a due voci del lusitano navigatore con “Adamastor”, un Gigante della mitologia pagana, trasformato in roccia come punizione per il suo amore per Teti, la più bella ninfa delle Nereidi.

In Adamastor è raffigurata la punta estrema del continente africano, là dove l’incontro degli oceani realizzano procellosi sommovimenti marini in cui i naviganti di un tempo facevano puntualmente naufragio. La descrizione dialogica di F. Salvatore è la rappresentazione, si direbbe teatrale, del tentativo andato a buon fine di rabbonire il Gigante, come fece Ulisse con Polifemo, appellandosi agli dei pagani e, allo stesso tempo, presentandosi come portatore di pace, in nome della conoscenza, in nome della nuova, sopravvenuta fede in Cristo “Figlio del Dio vero / fatto uomo, redentore degli umani”.

Questo in sintesi il fatto storico, ma molte sono le implicazioni e le significazioni da trarre da tale evocazione poetica.

Così lo stesso autore annota a margine del poema, in una sorta di conversazione virtuale a straordinaria distanza geografica: “E’ un testo complesso, polisemico. In filigrana una riflessione sulla frode umana che viene perseguita, anche se ammantata di pii voti. E’ Omero, è Dante ed è Camoens messi insieme. Infatti, il De Gama, nel momento cruciale ma decisivo per la sua avventura navale e commerciale, eleva un inno al Dio “uno e trino”, ma la sua è promozione di fede palesemente strumentale e opportunistica. La sua azione (la sua verbale e subdola perorazione) – un inganno perpetrato con l’aiuto del vino propinato al Gigante (“Beviamo insieme Adamastor, beviamo…”) – non è meno gesto da avventuriero, quel che Dante nella sua Commedia rimprovera a Ulisse, ponendolo all’Inferno. Anzi, potremmo osservare che mentre il portoghese utilizza il credo religioso, del vecchio mondo e del nuovo, per rabbonire Adamantor, padrone del cruciale passaggio a sud est, per aprire nuove strade ai traffici e commerci, strumenti di ricchezza e potere, Ulisse nel suo errare inquieto, per conoscere terre e uomini sino ad allora sconosciuti, si dà il none di “Nessuno” per sfuggire al gigante Polifemo e agli irosi e invidiosi dei dell’Olimpo, per conservare la speranza in cuore di tornare alla sua povera, eppur sempre amata, mai rinunciata Itaca.

Altra osservazione sta nei versi della composizione … “nominare / con nome nuovo significa / cambiar natura alla realtà del mondo”. Lo scrittore Cesare Pavese (…) in “Dialoghi con Leucò”, nel capitolo L’Isola, fa dire a Ulisse (alias Odisseo):Si tratta sempre di accettare un orizzonte. E ottenere che cosa? Con risposta della Ninfa Calipso, nella cui isola era approdato, naufrago: – Ma posare la testa e tacere, Odisseo. […] Che t’importa che l’isola non sia quella che cercavi?

Per tornare alla vicenda qui narrata da F. Salvatore, sembrerebbe razionale poter dunque affermare, alla luce di tale suggestione filosofico-letteraria, che non un valore oggettivo risiede nella precedente fede  nelle divinità pagane, come e altrettanto nel cristiano dio “uno e trino”, quanto nella capacità di ogni essere umano di racchiudere, per allora e per il tempo avvenire, in un nome (“nomen omen” amavano dire gli antichi romani) un valore, un ‘metro’ per l’azione. Così come  il “Capo delle Tempeste” mutato in  “Capo di Buona Speranza”, dopo aver placato la tempesta e il suo ‘demone’, portò De Gama e la sua ciurma a superare il gorgo e proseguire nella voluta direzione, così come ciascuno di noi ad ogni tramonto del giorno, ad ogni fine e principio delle stagioni, del tempo o del cammino percorso, invochiamo un dio della nostra fede per non ritenere invalicabile un orizzonte, per non considerare ultimo, ma … “di buona speranza” anch’essa l’inevitabile fine vita.

Sta qui la consueta, ma mai inutile morale della favola. Che sia o meno da ritenersi una “favola bella”, risulta fondamentale da parte dell’essere umano in virtù dei nomi, dei suoi personificati o solo immaginati significati, poter condurre, ‘fatalmente’ o fortunosamente, una vita meritoria-mente altra e diversa. Tant’è che i “colpi possenti di bombarda” indirizzati  “tra mare e cielo” dal proditorio navigatore lusitano all’indirizzo di Adamastor, mutato nella sua natura, a me pare possano ritenersi un chiaro, prezioso invito dell’autore a rendersi consapevoli protagonisti della propria esistenza, nel tempo corporale e nel post-mortem.

GFP per Q.Q. – 02.09.2021

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