La non compresa lezione di “Moro il pacificatore”


“Tutto è inutile, quando non si vuole aprire la porta”
(A. Moro nell’ultima lettera alla moglie)

Aldo Moro, … chi era costui? Tutti sanno che è quel politico della DC sequestrato, con strage e violenza dalle Brigate Rosse in Via Fani, e ritrovato morto, … ‘giustiziato’ (previo sommario processo di un velleitario “tribunale del popolo”), nel maggio del 1978, in via Caetani a Roma; nei pressi de “Le Botteghe Oscure”, luogo sede-simbolo del vecchio PCI, cui i compagni in armi lanciavano una sfida e un avvertimento. I più politicamente infornati ricordano di tale personalità di spicco dell’Italia del dopoguerra, il ruolo di primo inventore e decisivo artefice del “compromesso storico” tra Pc e Dc. Ben illustrativa di tale evento politico e sociale è la foto d’archivio di un E. Berlinguer, segretario del Pci, che dà pubblicamente la mano ad A. Moro, a sancire un definito accordo per il governo del Paese.

Tutti capimmo nel momento della sua tragica passione di sequestrato e violenta fine terrena che gli uomini della sinistra marxista (“compagni che sbagliano”) intesero colpirlo giacché non disposti a tollerare un comunismo che si ‘comprometteva’ con il sistema democratico.
Tali protagonisti della “lotta armata” pensarono di non poter tollerare la “strategia dell’attenzione” del politico democristiano. Un cambiamento pragmatico di prospettiva che avrebbe significato la fine della auspicata “rivoluzione” volta a costituire anche in Italia quella “dittatura del proletariato” teorizzata da K. Marx e realizzata, per sfortuna e dramma delle genti, in altre parti del mondo.

E’ pur vero, analogamente, che per gli uomini di destra della DC, compreso il doroteo Giulio Andreotti (che pure si convinse per realismo a guidare il primo governo con l’appoggio dei comunisti), tale nuovo indirizzo della politica nazionale voluta da Moro avrebbe significato una sorta di ‘tradimento’ della politica ‘popolare’ portata avanti dal 1948 da parte di chi, pur avendo partecipato alla “Resistenza” contro il regime fascista di B. Mussolini e suoi alleati tedeschi, divenuti nemici in casa, era e/o si riteneva decisamente non di sinistra, ed anzi (… “scudo crociato” al braccio) fieramente anticomunista.

In realtà, la sopradetta “strategia” conciliativa di A. Moro, in presenza di una inarrestabile fine dell’egemonia democristiana, nasce in tale politico sin dagli anni giovanili, al tempo del Ventennio fascista. Ce lo racconta in un suo articolo Marcello Veneziani (La Verità, 2 giugno 2021 – “Ricordatevi di Moro il pacificatore”). In esso leggiamo che nel ‘44, mentre … “A nord c’era la Repubblica sociale e la guerra partigiana, a Sud c’era il Regno d’Italia e il governo Badoglio; il paese era martoriato dalle truppe tedesche e dai bombardamenti anglo-americani. Il sangue correva per le strade, insieme alle bombe, ai rastrellamenti, alle violenze carnali. In quel frangente, il professor Moro dell’Università di Bari […] rivolge un appello alla prudenza e all’umanità. Nel suo linguaggio paludato, Moro esortava “a considerare con maggiore spirito e prudenza” i “drastici provvedimenti” in cantiere; riteneva che prima si dovesse definire chi è fascista, e “distinguere tra fascisti di tessera e fascisti di fede” e poi si dovesse procedere non in modo sommario, ma nella legalità, “con mente serena senza spirito di parte o di vendetta”.

Per alcuni tutto questo può essere sorprendente, ma può dare luce nuova alla complessità del pensiero e della articolata vicenda politica di Aldo Moro. Ma questo comprensibilmente ci spinge nell’oggi a un pensiero duplice. A rimarcare – pur nel tempo in cui l’abbattimento delle ideologie fra partiti politicamente contrapposti ha inciso sugli stessi partiti socialisti e marxisti –  che questi stessi, nondimeno, a fronte di una coalizione di destra conservatrice e di un centro moderato che registra un largo e crescente consenso nel Paese, si attardano spesso e volentieri nella incomprensibile e anacronistica “caccia alle streghe”, alle mai abbastanza abbruciate ‘streghe’ fasciste. Insomma tutto il contrario di ciò per cui ebbe a battersi A. Moro. In questi giorni, persino il moderato ex premier-avvocato del popolo, Giuseppe Conte, chiamato dal comico-politico Beppe Grillo a porsi a capo del suo Movimento, per portare i 5S a un di per sé impensabile affiancamento del PD & Co. nel varie competizioni elettorali, anche lui ai Media ha presentato la sua azione utile e anzi necessaria a … “battere le destre”. Una espressione apparentemente tutta elettoralistica, comprensibile in un Paese democratico, che sottende peraltro – sappiamo bene – quella nota idea di considerare ogni successo dei partiti di destra (più o meno neofascisti) “un pericolo”, “una malasorte” per la democrazia, per la società e per lo Stato, e dunque assolutamente da scongiurare.

Al contrario, il pensiero dello statista A. Moro, volto sempre “all’attenzione” verso l’altro concorrente alla guida dello Stato, ci sollecita ad auspicare che nella sinistra italiana maturi una definitiva accettazione, si direbbe costituzionale e anche più, di chi – in un autentico spirito della “democrazia dell’alternanza” – a loro si oppone e per tutti si propone per il governo di un’Italia realmente liberata da vecchie, un tempo del tutto strumentali contrapposizioni ideologiche. 

Giuseppe F. Pollutri

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