La politica e la democrazia, le parole e gli atti

Mai come di recente e ancora i questi giorni si stanno evidenziando i limiti della Carta costitutiva della nostra Repubblica e, in pari tempo, la larga disonestà mentale e persino verbale dei politici italiani, più o piuttosto meno, eletti in parlamento e/o nominati per il governo della “cosa” pubblica.
Afferma un’antica massima giuridica: “Non tantum verbis ratum haberi potest, sed etiam actu”. Come dire che “Si può ratificare [governare]non solo con le parole, ma anche con un certo [responsabile e coerente]comportamento”.

Peraltro, responsabilità è coerenza negli atti sono necessità dettate dalla funzione della politica: fare il bene della comunità di cui si è rappresentanti. Che poi questi politici, che siedono “… colà dove si puote e più non dimandare”, non siano propriamente i nostri ‘eletti’ è una faccenda altra e più di preciso un guasto democratico e sociale evidente.

E’ da augurarsi che un giorno non lontano l’evidente ‘vulnus’ (popolarmente “il grosso guaio”) sia possibile sanarlo con una “legge elettorale” più rispettosa e coerente che dia vera sostanza al dettato dell’articolo 1 della Costituzione, cancellando, o circoscrivendo quanto meno, nello stesso tempo, la data e abusata facoltà dell’eletto (art. 67) di usare il mandato ricevuto (… non più oggi dal popolo ma dal Partito, dal Movimento o Lista) a suo libero e magari arbitrario pensiero, piacimento o convenienza.

Forse (considerati i guasti noti, senza forse) – pensiero mio  – la detta “Costituzione”, ideata da uomini che desideravano dare e restituire la ‘sovranità’ al popolo, … ma non troppo, in termini di democrazia, diretta o delegata, non è da ritenersi … la più bella o la più giusta ed efficace del mondo! Diciamocelo, almeno questo. Starà poi ai nostri giovani di mutarla adeguatamente.

gfp

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