Del romanzo “La notte del solstizio”. Una pagina, i protagonisti

Costretto da mesi a restare confinato, per via del perdurante flagello pandemico, nella regione di abituale dimora, dunque lontano da Vasto,
ho ordinato e puntualmente ricevuto per posta, il volumetto dalla accattivante copertina
“La notte del solstizio – Romanzo di “Giuseppe Tagliente, Q Edizioni, 2020.

Poiché mi è nota “la storia” e la narrazione, per averla già attentamente esaminata e letta in quello che un tempo era detto ‘manoscritto’,
nel mettere finalmente mano al volume a stampa, mi sono fatto tentare dal quel modo pressoché ‘divinatorio’ che si ha nell’aprire, a caso,
un testo sacro o letterario… Aprendo in tal modo il volume la mia attenzione è stata portata alle seguente brano.

    […]

“Imboccando via Barbarotta in direzione del Muro delle Lame, il bastione sul mare chiamato così dai Longobardi per via delle sorgenti sottostanti che sono state all’origine di tutte le frane di Vasto, Monacelli aveva il cuore gonfio di rabbia.

L’amareggiava lo sciame delle falsità e delle perfidie che circolavano intorno a Carlo e Caterina.

     – Tutta questa cattiveria – pensava – ed acredine nei loro confronti si può spiegare soltanto con l’avversione che i poveri di spirito provano istintivamente verso le persone belle dentro.

     Ricordava benissimo che Caterina era stata sin dall’inizio bersaglio degli strali delle signore della cosiddetta buona borghesia cittadina.

     Insoddisfatte nel cuore come nella carne, erano riuscite poco alla volta perfidamente ad erigerle attorno un muro di diffidenza e di sospetto.

     Non le potevano proprio perdonare quella capigliatura così insolitamente bionda da queste parti, gli occhi di purissima acquamarina, i modi raffinati, l’eleganza nel vestire, la buona cultura di cui dava sfoggio naturale, la voce incantevole con cui cantava le belle romanze di Francesco Paolo Tosti nei rari incontri di società.

     E non da meno erano stati i mariti, i quali, condizionati dalle consorti e morsi anche dall’invidia nei confronti di Carlo per il privilegio d’aver accanto una gentildonna come quella, erano passati dall’iniziale neutralità al dileggio.

     […]  – « ma chi crede d’essere quella lì? »  « Ma d’addò vè’, costei …da Pariggi? »  oppure, chiamando in causa Carlo: «Se lo gira e se lo rigira come ‘nu pupuattèlle del presepio di Monzù». «‘Na  femmina tutta gnè gnè come quella lì, figuriamoci …”. ( cap. V, pag. 49 e seguente)

 

Tale pagina – … guarda caso, mi son detto – non solo ci porta mentalmente a un noto e amato luogo vastese, a ricordare quel Muro delle Lame “… che una frana avrebbe totalmente ingoiata cinquant’anni dopo”, tratteggia magistralmente quel clima di velenoso ambiente cittadino e sociale in cui si svolge la ‘triste storia’ di Carlo Genova e Caterina Benedetti. – “Questo nostro paesello non è all’altezza del nome che porta. Altro che Vasto!”
– “Quest’ambiente mi soffoca – soggiunse serioso [Ernesto] Cordella, tornando a riferirsi alla società cittadina”
 (leggiamo a pag. 41).

Una scena, questa illustrata, evocativa in filigrana di un tema sul quale molte sono nel racconto le riflessioni umane e sociali del giornalista narrante, direttore in quel tempo del periodico locale “Istonio”, Emilio Monacelli: l’affidabilità o meno del sentimento d’amore nel matrimonio, quanto meno in termini di assai agognata ma difficilmente raggiungibile ‘felicità’. Un pensiero-sentimento apparentemente ‘leggero’ , diremmo in contrappunto nella narrazione del binomio Monacelli-Tagliente con altri assai più importanti e incisivi, ma che sta alla base di tanti difficili mènages coniugali, e persino tragedie, qual è la vicenda di amore e morte, di bellezza e di follia, descritta nel romanzo.

“Sposarsi e magari per amore? E perché, per diventar pazzi”. “Prima o poi dovrò scrivere un “Elogio del matrimonio combinato. … Matrimonio combinato, ma non forzato, beninteso!”
Questi i pensieri, assai poco romantici e un tantino reazionari, si dirà, sciorinati al lettore “tra il serio e il faceto” dal narrante, tutto preso a dare nella sua mente – a dispetto delle sbrigative conclusioni a cui era giunte le Autorità – spiegazione plausibile se non logica all’enigmatico e traumatico fatto di sangue accaduto a Vasto, quel dì del solstizio d’estate, 23 giugno del 1901.

Giuseppe F. Pollutri

 

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