L’italiano della RAI? il pidgin italiese dell’americano.

La televisione degli anni Cinquanta-Sessanta ha contribuito​ a creare l’italiano, una lingua comune parlata e capita dalle Alpi al Gennargentu e paesi limitrofi come San Marino,​ la Svizzera,​ Malta, l’ Albania, la Croazia, la Slovenia.

Se allora la televisione ha contribuito a creare la lingua, al giorno d’oggi essa è una delle fonti principali di distruzione di una koiné nazionale accettata e da rispettare.

Prevale l’uso spregiudicato ed irresponsabile di forestierismi, soprattutto di origine anglo-sassone, per pigrizia o per incompetenza, anzi soprattutto per mancanza di rispetto di un codice linguistico prestabilito da rispettare.

I linguisti​ chiudono gli occhi o fanno finta di non sentire e giustificano il loro atteggiamento come reazione al vecchio nazionalismo autarchico imposto durante il regime fascista. Ma questo prevaleva​ quasi un secolo fa, quando non esisteva la televisione ed era ancora da venire la rivoluzione telematica!

Non è compito dell’Accademia della Crusca (o ancora di più di un inesistente ma​ necessario​ e da creare Consiglio Superiore della Lingua Italiana) quello di vegliare al corretto uso della propria lingua sul proprio territorio nazionale in un paese importante come l’Italia?​

Ecco una mia proposta che mi auguro diventerà presto parte del codice deontologico dei giornalisti: l’obbligo​ dell’uso e della ponuncia corretti della lingua italiana sia​ nella sua forma scritta che parlata.

Purtroppo un falso atteggiamento di acritica apertura verso l’estero, l’esterofilia – vera espressione del provincialismo mentale di chi la pratica- (​ la RAI,la TV di stato, Mediaset e Sky ne sono un veri megafoni o casse di risonanza) nei programmi di intrattenimento e di informazione, (valgano come esempi l’mposto uso di termini come spread, welfare, governance, ticket) creano o sdoganano tanti inutili anglismi, mettendoci di fronte a un bastardo pidgin italiese che ci fa perdere l’identità e anche la dignità.

Quello che manca agli italiani è un sano orgoglio nazionale, cosa che invece hanno i nostri cugini francesi.

Una raccomandazione: formiamo un Ente trans-nazionale capace di rendere con un termine romanzo, – da fungere da base​ per tutte le lingue neolatine – dei tanti anglismi che invece importiamo passivamente.

Un paese con un passato ed un presente culturale illustre come l’Italia non può permettersi di essere ridotto ad una semplice appendice geografica dell’americano parlato nel Minnesota o nel Wyoming.

Ma a Roma o a Milano c’è chi la pensa diversamente e sforna tanto spread e Xfactor.​

Filippo Salvatore

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