Vasto. Quel che una targa toponomastica disvela e denuncia

Non può esserci un degno presente e un sicuro futuro se non si ha memoria e soprattutto rispetto di un passato di storia civile e civica propria.

Ripropostomi da un social in data odierna, questo mio pensiero e relative pertinenti immagini, nel momento in cui ci accingiamo a dare vita a un tempo nuovo, sia pure limitatamente a un anno, il 21mo del duemila, ho pensato di riproporlo ancora, dopo cinque anni.
Ho inteso allora e ancor oggi mettere in evidenza la solita, deprecabile idiozia umana di voler – con una mano di calce e via – cancellare, se possibile mai, la storia.
Il tempo, che solitamente è fattore di oblio, in questo caso è galantuomo, rivela l’inutile e sciatto mascheramento di ciò che è stato, attuato in fretta e furia, e così tenuto per i decenni successivi, soltanto perché attuato da gente ai nuovi poteri invisa, a spicciativa condanna di memoria di una politica avversata e comunque non più condivisa. Un gesto che oggi efficacemente diremmo in termini di comunicazione … da talebani, o come già fu un tempo storico più remoto … da iconoclasti.

La visualizzata targa toponomastica in ceramica indicava “Via DELLA Dalmazia”, con un preciso significato, pur sbagliato che lo si voglia a posteriori giudicare: la mira coloniale/imperiale italiana nei confronti dell’altra sponda dell’Adriatico. Rinunciando a far riferimento a quella ideale volontà espansionista, comune a molte nazioni europee, un rettificato “Via Dalmazia” non ha significato alcuno, e – al di là del legittimo giudizio intellettuale e morale dei “liberatori” sul “fascismo” –  il mascheramento ha inteso porre inaccettabilmente nel dimenticatoio (sorta di … “damnatio menoriae“) un tempo di straordinarie opere pubbliche, con le quali Vasto in generale è stata ammodernata e resa più bella, e la sua Marina (non più soltanto “la Stazione”) sviluppata decisamente e positivamente in termini turistico-balneari.

Una dicitura su una targa toponomastica la si può anche sostituire, avendone la forza del diritto democratico, quando non la sottaciuta pre-potenza del ‘vincitore’ di farlo. Semplicemente e sciattamente mascherarla, come qui vediamo, o scalpellarla per privarla di un simbolo come in Centro è visibile, indica una fattuale mancanza di rispetto per le forze sociali e gli uomini che allora hanno operato per il bene urbanistico e civile della città e della sua gente. Una disonestà umana e intellettuale, prima che amministrativa, plateale e manifesta, assurdamente in tutti questi anni tollerata e trascurata.

Bello o brutto, giusto o sbagliato che sia o che così si vuol ritenere: il passato è nostro, non meno e di sicuro più che il futuro. Nessuno dunque deve ignorarlo o, peggio, surrettiziamente può volerlo celare.

GFP

 

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