Felicità vo’ cercando …  M. Veneziani scrive a Lucio Anneo Seneca

“… è da infelici parlare di felicità”

Scrive da ultimo (martedì, 17 nov.), in una sorta di lettera al pensatore antico, l’intellettuale Marcello Veneziani:

“Caro Seneca, perché chi parla di felicità ha gli occhi tristi? […]  Magari fossero epicurei, i cercatori di felicità; sono gaudenti ma infelici, famelici di gioia ma disperati.”

In realtà, – mi permetto personalmente di annotare – il filosofo latino Lucio Anneo Seneca ha inteso ammaestraci sulla Serenità, educarci alla “tranquillitas” (la “euthymía” del greco Democrito); ben altra disposizione al vivere che non la ricerca esclusiva e per ciò ossessiva, della “felicità”. Saggio è, ha un “animo equilibrato”, a suo avviso, chi sa che, fatalmente per l’essere umano, non c’è piacere fisico o gaudio dello spirito senza la sofferenza corporale e la tristezza o malinconia dei sentimenti, sia in termini derivati che accidentali.

“Allora parlare di felicità – leggiamo nella virtuale sopra citata ‘lettera’ a Seneca – diventa un rito di propiziazione”. E’ inevitabilmente umano, ancestrale si direbbe, ma […] “è da infelici parlare di felicità”! Al contrario, quel che ci occorre, per vivere senza disperarsi, è la “tranquillità dell’animo”: il traguardo catartico del “non concuti” (non essere scosso), sia dal piacere della gioia, che dalla tristezza causata dalla sofferenza.  

In tale stato d’animo – annota ulteriormente M. Veneziani: “La felicità ha il cuore aperto ma gli occhi chiusi. Ha il passo rapido e le mani lievi. Hai ragione tu, o Seneca, a dire che i giorni più felici della vita per primi fuggono ai miseri mortali. Perché la felicità è volatile e vola in fretta, l’umanità è terrestre e cammina lentamente”.

Condivisibile è così la sua conclusione, per una riproposizione nuova dell’antico pensiero: ”Resta tuttavia vero, e correggimi se sbaglio, che la felicità è un lievito di follia, mentre la tristezza si accompagna al senno.
C’è qualcosa di infantile nella felicità e di senile nel senno, la perfezione sarebbe gustare l’infanzia con la saggezza di un anziano e le energie di un ragazzo; ma è impossibile. Di quella follia abbiamo tuttavia bisogno se sa esser lieve e breve; e su quel senno si fonda l’umanità, a patto che sorvegli ma non sopprima il nostro umanissimo piacere di vivere.

gfp

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