Della Natura e del Turismo, orientamenti, equivoci e rischi

 
Come in altri luoghi della penisola, anche a Vasto, ancora ieri, dopo il recente incendio nell’Area SIC di Contrada San Tommaso, favorito da un torrido e teso vento di libeccio (garbino), il fuoco ha mandato in cenere gran parte della vegetazione spontanea che sta a lato e a monte della spiaggia compresa tra Punta Penna e Punta d’Erce.

Si dirà che … “il cordoglio è stato unanime”, considerata la crescente notorietà che questo incantevole sito naturale sta avendo anche in campo nazionale, ma sicuramente non ci si può limitare a questo. La vegetazione, dunale e retrostante, tornerà presto a formarsi in modo spontaneo e in tempi sufficientemente brevi, ma se non si approfitta del disgraziato e odioso evento per porre in chiaro ciò che si deve, avremo per esso e per essa pianto e deprecato, ci saremo giustamente indignati, ma inutilmente. Sta pertanto a chi ha ben precisi compiti istituzionali di porsi interrogativi fondamentali sulla buona gestione di tali luoghi. Dovranno chiedersi se gli strumenti teorici e pratici sinora predisposti siano in grado di dare a tali fasce costiere una vera e puntuale identità e l’adeguata “protezione”.
Per quel che ci riguarda, in termini di pubblicistica assolutamente propositiva, vorremmo richiamare i lettori su fondamentali considerazioni di fondo che possano orientare la pubblica opinione e con essa, democraticamente, governanti e amministratori pubblici. Il primo fattore di confusione presente nel nostro territorio è il non aver saputo e voluto decidere una ben precisa, non compromissoria e non promiscua destinazione di certe sotto aree, interessate alle diverse, quanto ciascuna per sé legittima attività umana. In generale, stabilire e accettare dove e in che modo rendere possibile l’antropizzazione di un luogo, con le conseguenze connesse, sia in tema di industrializzazione che della urbanizzazione. A Vasto, sia nella zona del porto (a sud e a nord di Punta Penna) come nella fascia costiera ai confini del Comune di San Salvo, nel tempo si sono create aree di precaria contrapposizione umana e ambientale,  per opposte istanze e diversi orientamenti, sia delle forze politiche che di quelle sociali.

Unito a questa sorta di peccato d’origine, vecchio di numerosi decenni, un voler far coesistere utilizzi diversi e talora inconciliabili nella stessa area, è subentrata una aggiuntiva voglia, confusamente paritetica, di tutelare l’ambiente naturale, di preservarne la specifica naturalità, e in pari tempo di farne motivo di valorizzazione e attrazione turistica. Una tendenza delicata complessa, soprattutto rischiosa nei suoi effetti, che è già negli orientamenti dei governi degli ultimi anni. Non a caso lo stesso “Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare”, in una sua linea guida del 2017 su  “Natura e cultura. Le aree protette, luoghi di turismo sostenibile”, illustrando le caratteristiche del “Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise” sottolinea che lo “caratterizza […] una vocazione turistica legata alle risorse naturalistiche, al turismo lacuale ed al prodotto montano”. Vale a dire che un ministero nuovo, nato specificatamente per tutelare “l’Ambiente”, tale suo compito lo pone in relazione a quelli che possono essere e via, via sono divenuti, stimoli e occasioni di sfruttamento palesemente economico delle attrattive naturali. La “International Ecotourism Society” definisce “il turismo naturalistico” come un “possibile viaggio responsabile nelle aree naturali che preserva l’ambiente e migliora il benessere delle popolazioni locali”. Ma difficilmente è così se si resta alle ‘belle’ enunciazioni.  Sono evidenti i rischi derivanti da uno sfruttamento della natura che non tiene conto dei principi di salvaguardia che una ‘ecologia’ integrale e vera richiede, che – aggiungo – una chiara e coerente scelta in tema di antropizzazione del pianeta pone. Turismo e rispetto dell’ambiente  configurano un dualismo non semplice, come si crede e dichiara.

A questo equivoco e spurio voler mettere insieme tutela ambientale e ricerca del vantaggio economico c’è da aggiungere un altro non sufficientemente chiarito aspetto della questione. La direttiva ministeriale sopra citata, pur nella sua pericolosità d’impostazione – è bene precisare – fa riferimento ad un “Parco”, luogo ampio e diversificato in cui uomo e natura, con regole ben precise, possono coabitare in modo soddisfacente. Diversamente, l’istituzione delle Riserve, a differenza dei Parchi, nasce per esclusive esigenze protezionistiche che estraniano completamente le attività antropiche. Nelle “Riserve Naturali Integrali” l’accesso ai visitatori è vietato e l’ecosistema viene lasciato all’evoluzione naturale. La presenza umana in esse è limitata a scopi strettamente scientifici e di sorveglianza.

Restando a casa nostra, è bene chiedersi (e possibilmente sapere): la detta “Aderci” è un Parco per un turismo più o meno sostenibile, o una vera e propria Riserva in cui l’attività umana unica è finalizzata al mantenimento dell’equilibrio naturale,al fine di impedire la sparizione di flora e fauna destinata a proteggere? Se Riserva è, sia pure in nome della “bellezza del creato da ammirare”: come è possibile che vi si possa accedere senza alcun limite e magari in massa, in nome o per conto di un turismo “risorsa del territorio”? E, per restare alla concreta individuazione delle singole aree di nostra pertinenza, come è possibile far coesistere, in modo labile e nulla affatto protetto, un luogo turistico qual è la  assai frequentata Marina di Punta Penna e la attigua Riserva di Punta d’Erce?
Va da sé che la “protezione” di una area naturalistica, in un sistema territoriale sempre più complesso e integrato non possa limitarsi a porre pur necessari divieti d’accesso e di libera fruizione, ma deve porre in campo mezzi e uomini atti a tenere il bene in questione costantemente controllato e solo così realmente protetto dalle ingiurie dell’uomo oltre che di natura. Da ultimo, fondamentale: questi uomini e mezzi ci sono, e sono in forza a chi? Lo sono responsabilmente, trattandosi di un pregevole e insostituibile Bene pubblico e comunitario?

Ovviamente chi come me non è e non può dirsi un “addetto”, come tanti, tutto questo lo ignora o non ne ha piena cognizione. Nondimeno, in occasioni come queste, che l’evento distruttivo sia accidentale o delinquenziale, è lecito quanto doveroso che ciascuno di noi ponga domande e che, soprattutto, chi ha funzione istituzionali di vario livello e grado fornisca informazioni, precise e adeguate risposte. Altrimenti al danno orribile dell’oggi farà seguito ancora il pericoloso e inaccettabile uso improprio di questo mirabile e delicato sistema naturalistico, marino e costiero, compreso tra Punta Penna e Punta d’Erce. Mentre, al contrario, in fasce costiere pur da preservare per quanto possibile (vedasi i detti SIC – Sito d’Importanza Comunitaria), ma che non possono dirsi propriamente “riserva”, per equivoche scelte politiche nel tempo fatte e imposte, le esigenze antropiche e di civiltà di chi in esse ha o stabilisce legittimamente un suo habitat urbano e domestico, vengono bellamente non contemplate e anzi calpestate.

Giuseppe F. Pollutri

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