Sergio Zavoli, il Giro d’Italia, il Processo alla tappa

 

Sergio Zavoli, il Giro d’Italia, il Processo alla tappa. E’ questo lo scenario in cui, nel momento della sua dipartita, ancora oggi ravviso il fine giornalista più che cronista, un Maestro, qual è stato.
L’ho conosciuto in tale veste che ero liceale con passione per la scrittura. Più che parlargli (come ebbi la ventura di poter fare, da appassionato e tifoso ciclista) l’ho guardato, discretamente ma lungamente, impegnato dopo una tappa, sulla sua dattilo a raccontare per il giornale (credo che allora  lo facesse per il “foglio rosa”) quello che lui aveva visto in corsa. Della fatica, lui scriveva, dell’impegno e della tenacia dei gregari, della ‘classe’ immessa  dai capitani  nella corsa (metafora di vita) lungo il percorso stradale, fra la folla assiepata ai lati. Non solo dell’ordine in cui erano giunti all’Arrivo, solitamente i primi o giù di lì, o perché proprio ultimo (la “maglia nera”) , narrava. Giorno dopo giorno, Giro su Giro.

C’è chi ha apprezzato in lui, negli anni appresso, una fine intellettualità, una pacata dose di militanza a sinistra. Quella che lo ha portato in età matura e da anziano ai vertici della Rai e poi protagonista in studio con trasmissioni di preziosa inchiesta, di utile  approfondimento. Una per tutte La notte della Repubblica”.
Qui n
on giudico (… chi sono io per farlo),  ma in tale suo discreto ma pur sempre evidente profilo di parte, quella di chi pur dando voce ai ‘vintiritiene pur sempre di essere nel novero dei ‘vincitori‘, che “giudicano e mandano” – pur essendo lui per vocazione e prassi un giornalista che amava scrutare e valorizzare la realtà in tutte le sue possibili pieghe e sfaccettature – francamente l’ho apprezzato meno.

Resta  in me di tale uomo soprattutto la lezione di chi scrive, costruisce “il pezzo”, lettera per lettera, tasto dopo tasto, frase su frase, talvolta alla svelta e spesso con pausa di riflessione necessaria  alla scelta del verbo, di quella e non di un’altra parola, la più efficace e capace. Per prima decodificare l’accaduto e poi trasmettere al potenziale, nella mente sempre presente, lettore fatti e misfatti del giorno e dell’evento. Mi ha indotto a pensare – e non è poco – che non si scrive per se stessi, futile cosa, ma per comunicare, per dialogare se possibile con gli altri, pur a distanza, di spazio e di tempo. Grazie Zavoli. GFP

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