Il dittatore dello stato libero di Bananas (Bananas)

Questo è il titolo di un film di Woody Allen del 1971 in cui un imbranato e nevrotico collaudatore industriale riceve la visita di un’attivista politico che lo convince a firmare una petizione affinché gli Stati Uniti interrompano i rapporti con lo stato latino-americano di Bananas, caduto sotto la dittatura militare del generale Vargas. L’imbranato firma e coglie l’occasione per fare colpo sulla ragazza e i due iniziano a frequentarsi, fino a quando Nancy, l’attivista, decide di interrompere la relazione perché lo ritiene debole e immaturo. Deciso a cambiare vita si reca quindi nel Bananas, dove una volta giunto viene invitato a cena dal nuovo dittatore. Il piano di quest’ultimo è di ucciderlo e far ricadere la colpa sui ribelli guidati da Castrado, ma Fielding scampa miracolosamente al tentativo di omicidio e viene salvato dai rivoluzionari, ai quali è costretto suo malgrado ad unirsi. La vita del rivoluzionario non fa parte del corredo dell’imbranato che comunque resta fino alla conquista del potere da parte di Castrado che però si rivela uno psicopatico: a questo punto gli viene offerta la presidenza e, in questa veste torna negli Stati Uniti per cercare sovvenzioni per lo Stato. Qui viene scoperto ed arrestato per attività sovversiva, processato e condannato a 15 anni sentenza sospesa e finale con matrimonio con Nancy.

Ebbene la Storia si ripete in Italia a distanza di 50 anni: il personaggio principale è un nobile decaduto del sud, emigrato a Roma ed introdotto nelle gerarchie ecclesiastiche dove ha modo di incontrare la “gente che conta”, quella che sta preparando la rivoluzione del “vaffa”. La Rivoluzione finalmente conquista il “palazzo” e, invece di nominare, come sarebbe stato logico, il “capo dei rivoluzionari”, un “diverso”, magari un po’ troppo diverso per Mattarella, viene posto a capo del governo il suddetto nobile decaduto. Come Fielding non ha le competenze per guidare uno stato, soprattutto uno stato infettato dai cascami del comunismo, dagli epigoni della Pravda nei mass media e da un sistema garantista di autotutela basato su manovre che, con un neologismo un po’ forzato, potremmo chiamare “palamarinismo” che, come tutti gli “ismi” è alla base di tutti i fallimenti. E fallimentare è anche questo novello Fielding con l’unica differenza che non si reca negli Stati Uniti a cercare soldi ma va a Bruxelles dove lo prendono, neanche troppo elegantemente, per i fondelli, promettendo mari e monti …, a fiducia, e prospettandogli un aiuto economico che si tradurrà in una condanna a 15 anni sotto il controllo dei cosiddetti frugali che, da perfetti sovranisti, preferiscono tutelare i propri interessi in nome di quella che una volta si chiamava solidarietà. Al di là di metafore, visto che i Paesi del Nord, soprattutto quelli bravi, chiedono il rispetto delle regole e degli impegni, inviterei in primis il presidente di tutti gli italiani a farsi sentire (magari basterebbe sentirlo russare così saremmo per lo meno in grado di sapere che è vivo): successivamente inviterei il nobile decaduto, anche lui presidente di tutti gli italiani (ma, oltre che di parte verso alcuni italiani, decisamente “contro” altri italiani che sommessamente ricordiamo essere la maggioranza) a porre, come Paese fondatore, il veto sulla approvazione del Bilancio comunitario; inviterei il nuovo ministro dell’interno a far capire agli italiani, tutti, per quali motivi possono entrare in Italia clandestini ammalati, pur in presenza di strutture insufficienti e non sicure, come mai “evadono” da queste con una facilità grottesca, di chiedere come fanno i Paesi confinanti con l’Italia ad avere confini sicuri nel senso che non fanno passare nessuno e, se qualcuno passa, ce lo rispediscono; inviterei, sempre questo ministro, a far applicare quella grande vittoria dell’accordo di Malta sulla ripartizione, festeggiata dai mass media con fuochi d’artificio e cotillon . Vorrei infine invitare tutta questa brava gente, soprattutto quelli del “vaffa” a farsi per prima cosa l’esame di coscienza e poi a farsi un “selfievaffa” o anche un “vaffaselfie”.

Elio Bitritto

 

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