L’ultimo treno per Tripoli

Prosegue l’avanzata delle forze del GNA che, dopo aver rotto l’assedio di Tripoli da parte degli haftariani, stanno recuperando posizioni su posizioni e ora stanno combattendo per strappare alla controparte Sirte, città importante non soltanto dal punto di vista simbolico (è la città natale di Muhammar El Gheddafi) ma, anzi soprattutto, da quello strategico, per la sua posizione e la presenza del porto e dei terminali petroliferi. Indubbiamente l’apporto turco, per le milizie facenti capo al Al Sarraj, si è rivelato decisivo ribaltando l’esito di uno scontro che, fino a qualche mese fa, sembrava del tutto scontato. In effetti adesso è LNA che sembra alle corde. Tant’è che l’Egitto, uno degli alleati del Generale della Cirenaica, ha proposto una tregua alle parti in causa. Tregua accettata da Haftar e molto apprezzata (ed auspicata) a livello internazionale. Ma rifiutata dal GNA (e dai turchi) che adesso, ha dichiarato di puntare alla riunificazione della Libia. È evidente che i tripolini e i turchi loro alleati ora vogliono consolidare il vantaggio acquisito e sferrare l’affondo verso la Cirenaica. È altrettanto evidente che gli alleati di Haftar, invece, stanno cercando di limitare i danni e impedire il tracollo completo dell’LNA. La guerra libica è ormai dipendente in larga parte dalla volontà degli attori esterni alleati dell’una o dell’altra parte. Ed è proprio alla volontà di questi, ovvero alla loro capacità di trovare o meno un accordo, che è legato l’esito dello scontro in corso. Attualmente il binomio Al Sarraj-Erdogan è decisamente in vantaggio, ma se la riconquista della Tripolitania dovesse trasformarsi in invasione della Cirenaica è difficile che Russia, Egitto, Emirati Arabi e, sia pure in misura minore, Francia, legati ad Haftar, restino a guardare, visti gli interessi in gioco. La proposta di tregua dell’Egitto, probabilmente, mira anche a scongiurare un rischio del genere. In una lunga telefonata col presidente Al Sisi, il premier Conte ha manifestato da parte dell’Italia l’apprezzamento della proposta di tregua unito all’auspicio di una soluzione politica alla crisi libica. Ma qual è il ruolo attuale dell’Italia nella crisi libica? Francamente, allo stato attuale delle cose il nostro Paese sembra del tutto spiazzato dall’attivismo di chi, schierando e/o sostenendo le forze in campo, contribuisce a determinarne le decisioni. Per il governo di Tripoli, in particolare, l’alleato di riferimento è adesso la Turchia. La politica italiana di presunta equidistanza tra le parti e di sostegno a conferenze e iniziative politiche dalla scarsa efficacia, riassunta dal mantra, costantemente ripetuto dalla nostra politica, che la soluzione alla crisi libica deve essere politica, si è scontrata con la determinazione di altri soggetti più aggressivi e spregiudicati, che hanno ridotto drasticamente lo spazio di manovra per l’Italia. Con risultati che si annunciano fin troppo prevedibili. È di questi giorni, infatti, l’annuncio che la Turchia ha ottenuto l’autorizzazione a cercare il petrolio libico in diversi lotti. Niente di sorprendente: Ankara ha messo in campo, per difendere il governo di Tripoli, uomini e mezzi grazie ai quali è stata possibile la rimonta del GNA, ed è chiaro che, dove Tripoli ha ed avrà voce in capitolo, sarà proprio Ankara a trarne i maggiori benefici. Alcuni segnali giunti dal governo libico, però, sembrano incoraggianti. Risale al mese scorso l’intervista concessa ad un giornale italiano da Ahmed Maitig, influente membro del GNA. L’uomo politico, vicino all’Italia, ha rimproverato al nostro Paese – ovvero a chi ne gestisce la politica estera – di aver assunto negli ultimi anni una posizione ambigua sulla Libia. Ha anche espresso una richiesta: la trasformazione dell’ospedale militare italiano di Misurata in presidio anti Covid, precisando che la richiesta formale, già inoltrata a Roma, era in attesa di risposta da settimane. È degli ultimi giorni, invece, la richiesta del premier libico Al Sarraj di un intervento italiano per sminare i sobborghi di Tripoli e la zona dell’aeroporto, la cui ricostruzione – come ha sottolineato il leader libico – è stata affidata ad un consorzio italiano. Il fatto che da Tripoli si stia chiedendo nuovamente all’Italia di intervenire è significativo: potrebbe essere il segnale di una volontà precisa del governo di Tripoli di riallacciare col nostro Paese un rapporto che si è ultimamente un po’ sfilacciato. Sta adesso all’Italia evitare di perdere quello che potrebbe essere l’ultimo treno per Tripoli.

Marco Sfarra

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