Francesco Crispi e la politica estera

Francesco Crispi. Per la sua presenza nei libri di storia e nella toponomastica delle nostre città, il nome suonerà familiare a molti, ma ben pochi, con tutta probabilità, conoscono le vicende dell’uomo politico. Patriota, esule, rivoluzionario, giornalista, fu uno dei maggiori artefici dell’impresa dei Mille. Dopo l’unità d’Italia fu deputato, presidente della Camera, ministro e, più di una volta, presidente del Consiglio dei Ministri. Nel corso della sua lunga e complessa attività politica, fu progressista e conservatore, democratico e reazionario, capace di slanci riformisti e di svolte decisamente autoritarie. Per la sua politica interna ed estera fu spesso accusato di autoritarismo, bellicismo, fiscalismo (le tasse aumentarono anche in seguito al significativo aumento delle spese militari volute da Crispi per supportare la sua politica estera e coloniale) e di una gestione a volte francamente disinvolta della macchina dello Stato italiano. Controverso e divisivo non solo per i contemporanei, ma anche per la storia (Mussolini lo considerò un precursore del Fascismo e dello stesso avviso fu una parte della storiografia) è stato un personaggio che ha lasciato il segno nella storia del nostro Paese, ed anche nella storia della sua politica estera. Politica estera ritenuta dal Nostro fondamentale per garantire all’Italia da poco unita un futuro migliore. E la sua fu una politica estera caratterizzata da ripetuti tentativi di dare all’Italia, nazione in bilico tra il ruolo di potenza maggiore tra le minori e minore tra le maggiori, un ruolo di primo piano. Il Crispi uomo di governo, in materia di politica estera, europea e mediterranea dell’Italia, aveva infatti delle idee piuttosto chiare: l’Italia, dopo aver raggiunto finalmente la sua unità, come logico portato di questa, avrebbe dovuto porre in essere una politica estera di prestigio e di potenza che le permettesse di completare il processo di unificazione, riportando a sé, dopo il Veneto e Roma, Trento e Trieste, e di trovare una giusta collocazione tra le grandi potenze dell’epoca. Collocazione necessaria per garantire al nostro Paese l’adeguata tutela dei propri interessi. Secondo il Nostro, infatti, essendo il Mediterraneo e l’Africa oggetto di competizione tra le varie potenze europee, anche l’Italia doveva prenderne parte per la tutela dei suoi interessi e per non esserne oggetto e vittima. Di qui i tentativi portati costantemente avanti di inserirsi nelle maggiori vicende internazionali e il perseguimento costante di alleanze a cui appoggiarsi per conseguire i propri obiettivi. D’altronde c’erano stati, nella storia recente, tentativi ben riusciti da parte italiana di sfruttare le contingenze internazionali a proprio vantaggio. La stessa unificazione era stata possibile grazie all’appoggio francese ottenuto dal Piemonte di Cavour e ad una evidente benevolenza inglese. C’è da dire che in cambio del suo aiuto la Francia ottenne Nizza e la Savoia. L’alleanza dell’Italia con la Prussia, nel 1866, e la conseguente guerra contro l’Austria, che vide per la prima volta impegnato in un conflitto il neonato Regno d’Italia, fu preceduta da una accorta preparazione diplomatica e vide, nonostante le sconfitte di Custoza e Lissa, l’Italia sedere al tavolo dei vincitori ottenendo il Veneto. Nel 1870 la guerra persa dalla Francia contro i prussiani rese possibile la presa di Roma. Uno degli obiettivi di Crispi in politica estera fu, come si è già accennato, riunire Trento e Trieste (e le rispettive regioni) all’Italia. Ma questo obiettivo era destinato a rimanere sulla carta. All’ovvia opposizione austriaca si univa un contesto europeo, ovvero un equilibrio europeo sfavorevole. In effetti, negli ultimi decenni del XIX secolo, i confini tra gli stati europei, per lo meno nell’Europa Occidentale, erano decisamente consolidati. L’Italia e la Germania, che erano state oggetto, nei decenni precedenti, di azioni militari e politiche per arrivare alla loro unificazione o per impedirla, non erano più, raggiunta l’unità, teatro delle manovre e del confronto tra le potenze. In altre parole, se l’Italia avesse voluto a tutti i costi raggiungere i suoi confini naturali non avrebbe potuto contare sulla Prussia o – a maggior ragione – sulla Francia di turno. I rapporti Italia – Francia con Crispi al governo, infatti, furono decisamente pessimi. Indubbiamente contribuì a ciò una avversione dello stesso nei confronti della nazione d’oltralpe, ritenuta, non del tutto a torto, una naturale e irriducibile avversaria degli interessi italiani. È di tutta evidenza che rischiare di trovarsi contemporaneamente ai ferri corti con la Francia e con l’Austria poteva essere decisamente pericoloso. A prescindere dalle opinioni personali di Crispi, la Francia e l’Italia condividevano a causa della geografia una comune propensione a proiettarsi verso il Mediterraneo e (siamo in piena epoca coloniale) l’Africa settentrionale. Di qui l’inevitabile antagonismo. La Francia voleva consolidare ed espandere il suo ruolo di grande potenza nell’area, l’Italia grande potenza voleva diventarlo. Di qui le mire di entrambi i contendenti sulla Tunisia, dove era significativa la presenza degli emigrati italiani, e dove lo scatto in avanti della Francia, che impose il proprio protettorato (1881), frustrò le ambizioni italiane, e aumentò il risentimento di Crispi nei confronti dei transalpini. Il Nostro allora decise di rivolgere le proprie attenzioni verso l’Egitto. Era in fase di preparazione da parte della Gran Bretagna, infatti, una spedizione nel paese delle piramidi e il governo Gladstone era alla ricerca di partner europei con cui condividere l’impresa. Crispi colse la palla al balzo e si adoperò per arrivare ad una azione congiunta. Il rifiuto, da parte del governo De Pretis, della proposta inglese fu per lo statista siciliano, che, pur non essendo ancora stato presidente del Consiglio (lo diverrà nel 1887) poteva vantare un curriculum politico e istituzionale di tutto rispetto (era stato, tra l’altro, ministro e presidente della Camera) motivo di grande delusione. Divenuto capo dell’esecutivo, Crispi si mosse, sul piano della politica estera e delle relative alleanze, su di un solco già tracciato anche col suo contributo. I rapporti tra Italia e Germania, legate tra loro dalla Triplice Alleanza (il terzo socio era, paradossalmente per l’Italia ma comprensibilmente vista la situazione, l’Austria) divennero più stretti, cementati anche dall’amicizia personale tra il Presidente del Consiglio italiano e il cancelliere nonché principale artefice dell’Impero di Germania, Otto Von Bismarck. Contemporaneamente l’Italia continuava a mantenere buoni rapporti con la Gran Bretagna. Il desiderio italiano di espansione coloniale, frustrato nel Mediterraneo, riuscì a prendere forma nel Corno d’Africa. Crispi fu un fautore della penetrazione italiana all’interno dell’Eritrea prima e dell’Etiopia poi. La sua politica portò alla conquista dell’Eritrea e al tentativo di annettere l’Impero d’Etiopia culminato nel disastro di Adua (1896), dove il Regno d’Italia subì una cocente sconfitta che segnò una battuta di arresto per le ambizioni italiane. Per l’anziano statista siciliano, fu l’inizio della fine. Ritenuto colpevole, e non a torto, vista l’insistenza con cui aveva chiesto ai vertici militari uno scontro risolutivo con l’Etiopia, della disfatta italiana, inviso per questo, ma anche per la sua politica a tratti decisamente autoritaria all’opinione pubblica, Crispi pochi giorni dopo Adua rassegnava le dimissioni sue e del governo da lui presieduto. Morì dopo poco più di 5 anni, nel 1901. Crispi ha sicuramente incarnato i sogni di gloria e di riscatto – dopo secoli di dominazione straniera sullo Stivale – di parte significativa della classe dirigente italiana di allora, desiderosa di completare l’unità nazionale e – sia pure con molti distinguo al suo interno – di collocare il nostro Paese nel novero delle potenze europee dell’epoca. L’aspirazione italiana di sedere al tavolo delle grandi potenze fu spesso frustrata dalla situazione oggettiva della nazione. L’Italia, a pochi decenni dall’unificazione, tra l’altro incompleta, si trovava ad affrontare una questione meridionale – che sotto diversi aspetti perdura ancora oggi – e tutta una serie di problematiche economico – sociali dovute al retaggio preunitario e, in generale, ad un livello di sviluppo complessivo che la vedeva decisamente indietro rispetto alle principali nazioni europee con cui la politica ma anche la geografia e la storia la volevano competitrice. In effetti, a prescindere dai limiti e dagli errori compiuti da Crispi, troppi fattori erano sfavorevoli alla sua azione. Dell’impossibilità di modificare a nostro favore i confini con l’Austria si è già detto, per quel che concerne invece l’espansione coloniale va considerato che, anche in questo caso, l’Italia era costretta a confrontarsi con le mire e con i mezzi di stati francamente più agguerriti e potenti, sebbene il maggiore di questi, la Gran Bretagna, avesse offerto all’Italia la possibilità di partecipare all’impresa egiziana. Ma non possiamo ignorare le responsabilità di Crispi nella sconfitta subita in Etiopia. L’ostinazione del Nostro nel voler cercare lo scontro a tutti i costi e la sottovalutazione della gravità dell’impresa costarono care all’Italia. La consistenza del nemico e la consapevolezza che nessuna potenza europea sarebbe scesa in guerra contro l’Etiopia per togliergli le castagne dal fuoco avrebbero dovuto spingere lo statista a più miti consigli. Luci e ombre, come si è detto, caratterizzarono il suo operato in politica estera e non solo. È cosa certa che fu un fervente patriota decisamente innamorato dell’Italia e desideroso di darle un futuro nel mondo. Ed è altrettanto certo che, passando dalla storia all’attualità, vista la situazione attuale dell’Italia sullo scenario internazionale, che la vede sempre più emarginata e sempre meno rilevante nei più disparati scacchieri mondiali, se non si dovesse arrivare al più presto ad una svolta, uomini come Crispi, pur con i loro limiti ed errori, arriveremo presto o tardi a rimpiangerli.

Marco Sfarra

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