In questo nostro tempo

Nella IV domenica di quaresima. Al tempo del Corona-virus, inaspettato e poi scoperto come un esiziale flagello, una detta impropriamente “punizione di Dio” d’altri più remoti tempi.

Di là dei Decreti, del fai o non fai questo o quello, dentro i quali io, tu, voi, noi  ci barcameniamo tutto sommato e al momento agevolmente, sempre che la salute del singolo non sia già compromessa per altro, sempre che d’improvviso, tu o un tuo caro si scopre, magari con tutti i sintomi, contagiato dal terribile quanto invisibile morbo Covid19, quello che ti toglie d’improvviso il respiro, e poi … chissà!

Una sorta di vita schizoide questa nostra di oggi, tra il riparo sufficientemente confortevole delle mura domestiche, l’alea della sortita per vitali necessità o solo per tentare di s-fuggire anche solo mentalmente a ciò che ci sta accadendo, con una corsetta o un semplice solitario “due-passi”, per maggiormente fluidificare il sangue, o sostanzialmente per sentirsi ancora vivo, essere umano e comunitario.

Stamattina in città accade. Non importa quale, giacché, dal quel che ascoltiamo e vediamo nei Media, pare cosa comune a più luoghi di questa nostra Italia, stralunata, in preda a improvvisi attacchi di nazionalistica euforia ai balconi, e contemporaneamente, chiuse le porte e le finestre, inevitabilmente in pena.
Mi affaccio dal terrazzo per un’improvvisa e inaspettata musica a tutto volume, proveniente dall’abitato di qualche isolato più in là, e nel mentre, in prossimità della mia abitazione, scorgo una Autoambulanza in strada con gli sportelli posteriori spalancati (in attesa di accogliere e portare via una persona colpita da sopravvenuto male), le note e il canto che mi giungono alle orecchie sono dell’inno nazionale. Un “Fratelli d’Italia”, in questo momento di surreale storia patria ovunque intonato, o variamente stonato, a scopo pressoché esorcistico, ma tutto sommato, a parer di molti, inopportunamente. Come dire … Sì, ma non è questo, non ancora il momento! L’applauso, gli incitamenti, il gran vociare non meno, al termine del brano canoro, da parte della gente presente sui detti balconi, apparentemente festante, così come per un “Abbiamo vinto, alé, alé!” calcistico, giunge mentre in strada una barella e un infermo vengono introdotti nel mezzo sanitario pronto a muoversi. Nell’improvviso silenzio fattosi attorno, l’acuto suono della sirena del mezzo sanitario ha segnalato il suo avviarsi celere verso un ospedale. E … la gente dei balconi, non so dire se indifferente o improvvisamente tornata più consapevole, serrate le finestre, è tornata fra le mura domestiche.

In questi giorni un’amica sensibile e acculturata, non sbagliando affatto, ha mostrato con un suo post su fb una certa affinità di immagine delle “vedute in un interno” del noto pittore statunitense Edward Hopper con l’attuale nostra condizione di … trattenuti in casa.
Ma …, dopo la sopra descritta scena, avendo a mente e negli occhi il disagio e la sofferenza dell’ammirevole quanto provvidenziale personale medico, pubblico e privato, nonché la lunga teoria di autocarri militari utilizzati per il trasporto dei  tanti feretri dei deceduti che non trovano posto per le esequie nella propria città, lo smarrimento e la sofferenza – immagino – dei famigliari che non hanno potuto confortare da vicino il proprio caro nel momento della morte, nè tributargli le giuste esequie, personalmente ho pensato che l’immagine d’arte che ‘dipinge’ al meglio questo spinoso momento della nostra vicenda, nazionale e non solo, sia quella de “L’Urlo”. Notissima opera dello svedese Edvard Munch: straordinaria espressione nell’arte moderna di una ‘impressionistica’ raffigurazione del dolore e dell’inquietudine dell’uomo prive di certezze e di conforto.
E’ quel che io penso dell’oggi, quando il nostro immaginario e la stessa arte, non solo pittorica, devono mettere da parte trastullo e godimento, finché non ci sia dato di tornare (auguratamente presto) a far vivere il nostro essere in libertà e socialità, ben-essere e bellezza.

Giuseppe F. Pollutri

 

 

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