L’umano nel creato, natura e poesia, il taràssaco e la ginestra

La salvaguardia del nostro pianeta contro il rischio – dato di volta in volta come imminente – della sua distruzione, a causa dei cambiamenti climatici, è il nuovo verbo di chi di tali modificazioni ne fa un categorico ‘instrumentum’ di affermazione socio-politico, personale persino. Non di meno, occorre ammettere e necessariamente mettere in chiaro che sempre più “l’umano” fa uso delle sostanze organiche e materiali del pianeta Terra assai poco in maniera intelligente e avveduta, ma sconsiderata e dannosa per se stessi e per le prossime generazioni.

Leggiamo a tal proposito, in “NUOVAMENTE” (Q Edizioni, 2018), ultima, ispirata quanto dotta raccolta poetica del nostro editorialista, prof. Filippo Salvatore:


Umano, non di cuore e di reni perirai
Ma per i veleni che in terra e cielo spargi
E trasformi acqua pura in putrida fogna
E fertile suolo in tossiche discariche.

Ma se questo è sotto gli occhi di tutti, con responsabilità delle genti nei continenti varie e diverse, va rilevato che di quel che accade se ne fa una sbagliata e talvolta feroce battaglia massimalistica. A tal proposito scrive Alessandro Campi (lo leggiamo su ilmessaggero.it del 25 settembre 2019): “… se si guarda al modo con cui è cresciuto nel mondo il “fenomeno Greta” (sino a diventare qualcosa a metà tra una moda politico-mediatica che si fa forte della nostra cattiva coscienza e un movimento di massa che inclina verso il misticismo para-religioso) è purtroppo palese […] la divisione del mondo in buoni (i molti) e cattivi (i pochi). I primi sono gli abitanti del pianeta (il popolo inteso in questo caso come umanità), i secondi sono i capi di governo e gli esponenti dell’establishment finanziario e industriale mondiale.  […] I primi sono portatori di una visione politica che persegue la tolleranza, il benessere garantito a tutti, la pace e un sistema economico che non sia distruttivo della natura e dei suoi fragili equilibri. I secondi, insensibili ai destini del pianeta e privi di senso morale, rincorrono solo il profitto economico e lo sfruttamento delle risorse”.

Tale visione del creato in rapporto con l’uomo, chiaramente manichea oltre che opportunistica nella sua sterile contrapposizione tra i detti eletti e reprobi, non ci porterà di certo a porre in atto leggi che favoriscano un approccio con la natura più conservativo, anche se tecnologicamente più avanzato, né una più consapevole interazione dell’essere umano con ciò che lo circonda.
Va da sé che senza tale maggiore sensibilità dei governanti delle Nazioni in merito alle leggi e ai provvedimenti comunitari, di ciascuno di noi nel proprio perimetro di azione e di vita, per quel che ciascuno può e deve, si realizzerà da ultimo quel che il nostro, con naturale assonanza, non soltanto letteraria, con il pensiero e l’ispirazione di G. Leopardi, ancora esclama in “Trasformazioni”:

Solo io, giallo taràssaco
e tu sola, ginestra gialla
sulla solida colata di lava,
superstiti ci ritroveremo.

D
escrizione questa che, seppure riferita, nel contesto lirico da cui è tratto, a un sentimento di assoluta unione del poeta con l’amata, evoca non meno, sia pure ponendo in chi legge un ‘seme’ di speranza, un mondo terrestre apocalitticamente ormai del tutto privo dell’umano, di una creatura (quella biblicamente creata da Dio “a sua immagine e somiglianza”) incenerita ed estinta in una novella Pompei, per sua multiforme insipienza, per un’irrazionale e fideistica competizione degli uni e degli altri, per insana voglia di prevalere gli uni sugli altri.

Per concludere questa mia breve e sommaria riflessione, mi piace riportare ancora altri versi della succitata, articolata composizione poetica, un’evocativa, realistica ancorché mitica descrizione di un mondo potenzialmente perduto, in una sorta di risposta all’incipit del V quadro:
“Cosa sarò [sarà] prima di sprofondare
nell’imbuto di luce?”

[…]
Solo gli uomini, gli elfi e le fate
sapevano che verdi erano le foglie
e gialle le corolle del taràssaco
quando nei boschi e nei prati
regnava la libertà.
Fu l’umano che scacciò gli gnomi tra le rocce,
tolse l’abito solare alle fate e lo rese grugno
di porco, polenta di diavolo, piscialletto,
umile cicoria selvatica che eretta torna,
qual dente di leone, se pianta di piede la calpesta.
Magia di natura? No, innocenza di fata
e fattura di strega tra i petali, nella cipesela.

Un creato di natura che, a ben intendere i citati versi, può ‘rialzarsi’, vegetare ancora e poi rifiorire, come vediamo sta accadendo in questi giorni per gli abbruciati eucaliptus d’Australia. Occorre soltanto non lasciare che ogni cosa, ab imis fundamentis (dalle e nelle radici stesse dell’essere), sia diabolicamente e per sempre distrutta.

Giuseppe F. Pollutri

 

Le immagini illustrative dell’articolo sono nell’ordine:
. opera del fotografo israeliano Yuval Yairi
. fotocomposizione tratta dal web
. grafica a china di Gianfranco Bevilacqua

 

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