Bagnai: “Il MES è quanto di peggio l’Europa ci ha proposto”

L’economista Alberto Bagnai, docente alla D’Annunzio e senatore della Lega eletto in Abruzzo, spiega in questa scheda cosa sia il MES, di cui si sta occupando la politica in questi giorni, e le ragioni del forte dissenso della Lega.

Il MES, Meccanismo Europeo di Stabilità, è un fondo finanziato dagli Stati dell’Eurozona, istituito nel 2012 con un trattato intergovernativo. Il suo scopo è assicurare la stabilità finanziaria degli Stati membri dell’Eurozona, concedendo prestiti agli Stati o alle banche a determinate condizioni. L’Italia partecipa in proporzione al proprio Pil, con una quota di circa il 17%. La capienza del fondo è di 700 miliardi, e quindi la quota italiana di circa 120 miliardi. L’Italia ne ha già conferiti 14,3, che sommati ai 43,9 miliardi erogati al precedente fondo europeo di stabilità o attraverso i prestiti bilaterali portano a 58,2 miliardi il contributo del nostro paese al salvataggio di altri paesi. Le regole del fondo prevedono che in caso di necessità il Paese debba conferire il capitale non versato. Nel caso della Grecia è stato dimostrato che solo il 5% dei fondi erogati per il salvataggio sono rimasti nel paese: il restante 95% è andato a banche del Nord Europa.

La riforma

L’obiettivo della riforma era quello di inserire il MES nei Trattati europei, per renderlo un meccanismo più flessibile e gestito in modo più democratico. La riforma ha poi preso un’altra strada. Di fatto, la flessibilità nell’erogazione del sostegno viene concessa solo ai paesi di serie A, quelli che sono in regola coi parametri del Fiscal compact (deficit al 3% del Pil, debito al 60% del Pil, o in riduzione di un ventesimo all’anno della parte eccedente il 60%), mentre per quelli di serie B resta il solito meccanismo del “memorandum”: di fatto, il commissariamento del Paese da parte dei creditori. Un’altra innovazione è l’uso del MES per il Fondo di Risoluzione Unico, utilizzato per i salvataggi bancari. Tuttavia, questo uso è concesso solo in ultima istanza: in altre parole, prima di accedere ai soldi del MES, si deve passare per il bail in, cioè per l’esproprio di azionisti, obbligazionisti subordinati e depositanti oltre i 100.000 euro. Una terza riforma riguarda la gestione dei salvataggi, dove assume un ruolo determinante un burocrate, il direttore generale del fondo, che ora partecipa a decisioni che prima spettavano alla Commissione Europea, organo politico.

In sintesi, con la riforma il MES incorpora quanto di peggio la politica economica europea ci ha proposto negli ultimi dieci anni: l’austerità del fiscal compact, la destabilizzazione finanziaria del bail-in, l’esautorazione della politica.

No a un Trattato che divide gli Stati Europei in serie A e serie B usando i parametri fallimentari del Fiscal Compact.

No a un Trattato che comprime il ruolo della politica nella gestione dei salvataggi degli Stati.

No a un Trattato che rafforza il ruolo di manager protetti da un esorbitante scudo penale, mentre vieta al nostro Paese di porre un veto sulla loro nomina.

No a un Trattato che crea un organismo che non esiste in alcuna altra parte del mondo: quando la crisi è grave, la stabilità finanziaria può essere assicurata solo dalla banca centrale, come negli Usa.

Alberto Bagnai

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