Quel muro di cui ancora si chiede perdono

Note a margine, ma non troppo,
di Giuseppe F. Pollutri

Tutti, oggi, nel trentennale, mostrano come un proprio conquistato trofeo immagini, talora frammenti-reliquie del “muro” tedesco, ‘caduto’ a Berlino il 9 novembre 1989.
Ma se si vuole fare storia che non sia di comodo, è bene ricordare che a tirarlo su, a seminare morti fra coloro che tentavano di superarlo per libera volontà o dissenso, è stato quel Comunismo che molti proseliti, tragedie e fallimenti,
prima e dopo la II Guerra Mondiale, ha fatto in Europa e nel mondo. Nel suo nome e con esso si è invocata a lungo la naturale ma assai aleatoria conquista di una vita più libera e più giusta, un teorizzato e illusorio futuro migliore.

Tutti applaudono oggi alla “caduta” di quel muro e della contigua “cortina di ferro”, imposta con le armi e il terrore dal regime marxista dei soviet russi ai Paesi sottomessi dopo averli ‘liberati’, a cominciare dagli stessi tedeschi dell’est, che per 28 anni hanno tenuto in piedi quel loro regime totalitario. Applaudono, nei Paesi europei che sono riusciti a non divenire preda del comunismo, anche coloro che, seppur si dicano ‘democratici” (siano essi atei, laici o “cristiano-sociali”), sono eredi di quell’ideologia coercitiva, oltre che deleteria, di cui “il muro” era ed è stato simbolo e strumento.

Leggo in Rete la seguente dichiarazione a firma Carlo Verdelli: “La Repubblica si batterà sempre in difesa della libertà di informazione, per i suoi lettori e per tutti coloro che hanno a cuore i principi della democrazia e della convivenza civile”. Sarebbe credibile, seppur retorico e banale a dirsi, se vivessimo in un mondo in cui nessuno (nessuna parte) avesse più scheletri nell’armadio, misfatti e tragedie di cui doversi pentire o emendare. Ma, giacché così non è, ritengo vergognoso che quelli che festeggiano annualmente la “liberazione” dal nazi-fascismo storico, che invocano il sistematico abbattimento dei muri, anche quando questi sono i legittimi confini della nazione (si può dire ancora Patria?), mai che mai, in questi trent’anni, li abbiamo visti battersi il petto in pubblico chiedendo, soprattutto alle vittime, un pur semplice ma riparatorio “perdono”.

Trovo difficile che si possano bellamente invocare come propri gli sbandierati “principi della democrazia e della convivenza civile”, quando si ha nella propria eredità elettiva e nella prassi politica e mediatica la presunzione pressoché ‘ecclesiale’, l’idea palesemente malsana, che solo alcuni e non altri hanno il diritto e la capacità di poter governare nel “bene” le terre e i popoli.

Aug. 22, 1961. (AP Photo/Kreusch)
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