ONU: sono i ricchi che emigrano

C’è un rapporto dell’ONU datato 21.10.2019 che riassume le interviste fatte ai migranti cosiddetti irregolari (notare la fine ipocrisia ”migrante irregolare” invece che “clandestino”) qui riassunte:

Il 58% degli intervistati stava lavorando (49%) o a scuola (9%) al momento della partenza. Per la maggior parte di questi lavori, il reddito sembra essere stato competitivo nel contesto nazionale.

Per il 66% degli intervistati, la prospettiva di lavoro, non è stato un fattore che ha limitato la decisione di migrare.

Il 62% degli intervistati ritiene di essere stato trattato ingiustamente dai propri governi, con molti che indicano etnia e opinioni politiche come ragioni per la percezione di un trattamento ingiusto.

Il 77% ha ritenuto che la loro voce fosse inascoltata o che il sistema politico del loro paese non offrisse alcuna opportunità attraverso la quale esercitare influenza sul governo.

Il 41% degli intervistati ha dichiarato che “nulla” avrebbe cambiato la propria decisione di migrare in Europa. I guadagni medi in Europa superano di gran lunga i guadagni medi in Africa, anche in termini reali.

Il 67% di coloro che non hanno voluto rimanere permanentemente in Europa ha dichiarato che le loro comunità sarebbero felici se tornassero, rispetto al 41% di coloro che desideravano vivere permanentemente in Europa.

Tutto ciò nell’ambito di Paesi africani che hanno dei tassi di sviluppo maggiori che in occidente o, addirittura, nella stessa Asia,

In pratica si tratta di giovani, per la maggior parte istruiti, con un tipo di istruzione che non so quanto paragonabile a quello italiano, provenienti da famiglie se non benestanti certo non “affamate”, cui possiamo offrire ….? Cosa possiamo offrire? A me pare che ora come ora non siamo in grado di offrire nulla, se non lavoretti di bassissimo livello, spesso offerti a condizioni di puro e semplice sfruttamento, sia economico che fisico. Quello che più di tutto mi fa imbestialire è una sorta di relè buonista, umanitario, che è attivo fino a che i clandestini stanno in mare e che, una volta a terra  si spegne, demandando ad una struttura, anzi ad una serie di strutture pubbliche, il compito di provvedere , di “badare” a vitto e alloggio, in un clima di semilibertà che alla fine spesso si traduce in esasperazione sia per i clandestini, sia per i cittadini che devono vederli oziare (quando va tutto bene), spacciare, prostituirsi, rubare o altre amenità. Giustamente qualcuno più sensibile degli altri mi dirà che non tutti sono così: e ci mancherebbe pure che tutti si dedichino ad attività illecite. Resta il fatto che la popolazione carceraria italiana è costituita per almeno un terzo da stranieri mentre , secondo quella che dovrebbe essere la proporzione giusta non dovrebbe superare il 10%.

Elio Bitritto

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