Don Giorgio l’odiatore

 

Ho avuto modo di citare le intemperanze senili di Aspesi/Lachesi con la libido di volersi armare per uccidere Salvini e credo che il personaggio che aveva promesso di spararsi  se avesse vinto il “fascista” non debba ripensarci perché le si è aperta una carriera, pur datata, di tragicomica. Oggi dirò di don Giorgio De Capitani che, di tanto in tanto, rispolvera il meglio della sua “compassione”. Presbitero ottantenne si fa conoscere per la sua formale richiesta al Padreterno di un ictus nei confronti di Berlusconi con scarso successo; dopo qualche tempo commenta “cristianamente” la morte dei soldati italiani in Afghanistan, definendoli “mercenari” e quindi indegni della umana compassione. Un tipo che si è messo in contrasto anche con la Chiesa ma sembra che l’unica reazione che abbia suscitato sia stata quella della indifferenza: ed allora cosa ti fa il don Chisciotte in tonaca nera? Pensa e ti ripensa cosa di meglio che un insulto, anzi, una vera e propria minaccia nei confronti di Salvini? Ed ecco che dal luogo più sacro della Chiesa, il pulpito, incentra la sua omelia su una tesi che noi, terra terra, magari cattolici anche se pieni di dubbi, non riusciamo ad accettare: questo cosiddetto parroco dice “Matteo Salvini afferma che è un dovere uccidere i ladri. Poiché Salvini sta distruggendo la democrazia lo si puo’ ritenere un ladro di democrazia, quindi, per la stessa logica, ho il diritto di uccidere Salvini.” Io credo che a questo pretonzolo manchino le basi, sia per essere prete, sia per essere in grado di capire l’italiano perché Salvini sostiene semplicemente che “non è giusto processare chi si difende in casa propria da una minaccia di qualche criminale, che la legittima difesa va tutelata dalla legge”. Nessun “dovere di uccidere i ladri”. Poi, per non farsi mancare nulla tira in ballo un impossibile “furto di democrazia”. Infatti sostenere che il 34% di consensi elettorali sia un furto di democrazia dà la misura del degrado delle sue capacità cognitive. Sembra di tornare al terribile “triangolo rosso emiliano”, quando a guerra finita, chiunque non fosse di sinistra veniva assassinato dai partigiani (soprattutto per derubarli): allora si gridava “uccidere un fascista non è reato”; si è ripetuta la frase negli anni del terrorismo rosso, si sta riproponendo oggi e le alte sfere, quelle che dovrebbero fargli capre che un prete così non è un prete ma un qualsiasi squadrista di sinistra, tacciono, rendendosi dunque complici di una vera e propria istigazione al maggiore delitto che si possa concepire nel cristianesimo, l’omicidio.  Ma forse queste sono le conseguenze del clima di sovversione che questo papato ha instaurato, altro che “riscaldamento globale”: forse siamo in presenza di una mutazione genetica per cui i cervelli più sensibili alle variazioni climatiche hanno già fatto tilt e vomitano pensieri a ruota libera.

Elio Bitritto

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