Maturità, la notte più lunga.

Lettera aperta  agli studenti che affrontano gli esami di Stato.

Cara ciurma di V A CAT e GEO, eccoci giunti alla meta del nostro peregrinare. La sera che si accinge a calare sarà indimenticabile, come quelle dei versi del buon Foscolo, o di Leopardi o di Pascoli: sarà il vespro che introduce la ormai mitica “notte prima degli Esami”. Stanotte ripenserete a questi indimenticabili anni volati via in un soffio, alle gioie, ai dolori, alle ansie e agli stress vissuti nella nostra scuola. Vi torneranno in mente gli episodi più evocativi, le situazioni più paradossali, le figuracce epiche, le filippiche dei vostri docenti, le bugie e i filoni ormai passati in giudicato.
Giusto quarant’anni fa, nel giurassico 1979, toccò a me affrontare la maturità: ricordo ancora tutto in modo indelebile, soprattutto la sera della vigilia: gli odori dei pitosfori in fiore, l’azzurro del mare sbirciato da lontano, le tante paure, le mille ansie, le poche certezze. Tutto svanì quando il severissimo Presidente ci dettò la traccia dedicata alla famosa frase di Goya, “Il sonno della ragione genera i mostri”. La prendo in prestito per voi in questa sera di vigilia: non abbiate paura, siate voi stessi, usate le armi delle vostre conoscenze e competenze. I mostri spariranno e tutto filerà liscio.
Certo, la scuola di oggi non è più come quella vissuta dai vostri prof., tutto è cambiato nel giro vorticoso di qualche mese, ma la magia dell’Esame di Stato rimane intatta. Domani mattina, si apriranno le buste e darete il via al vostro Esame, il primo davvero importante appuntamento della vostra giovane esistenza. Questa volta io non sarò con voi, e dovrete cavarvela da soli. Ce la farete, ne sono certo, nonostante le inevitabili ansie e le tante aspettative. Invece, io sarò in un’altra scuola, a esaminare ragazzi con i vostri stessi sogni e desideri. Guarderò loro e ripenserò a voi, chini sui banchi ormai troppo piccoli, alle tante ore trascorse insieme, a ciò che ho cercato, spero non invano, di darvi culturalmente, ai vostri sogni che ho sempre cercato di alimentare, alle vostre potenzialità in parte ancora inespresse e a quello che voi lasciate in me. Se è vero infatti che “insegnare” significa lasciare una traccia nell’alunno, è vero anche il contrario: rimarrete sempre nel mio ricordo e sarò lieto di ogni vostro successo professionale e personale, così come lo sono stato fino a oggi.
Domattina io sarò idealmente con voi, dietro di ognuno, anche se non mi vedrete, a spingervi, a incitarvi, a costringervi a dare il meglio di voi stessi. I vostri desideri e le vostre speranze da domani inizieranno a prendere corpo. Date ciascuno il massimo, e centrerete l’obiettivo. In bocca al lupo ragazzi, non dimenticate mai che l’uomo è ciò che sa, e che il treno della vita vi riservi sempre un posto in prima classe.
Con affetto, il vostro prof.

Fabrizio Scampoli

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