Attenti al lupo? No, attenti alle nipoti

Inizia con questo articolo la collaborazione con questa testata di Anna Valeria Cipolla d’abruzzo, una giovane scrittrice che può vantate già autorevoli ed importanti riconoscimenti in campo letterario e giornalistico. Alla nuova collaboratrice formulano un affettuoso saluto di benvenuto il direttore e la redazione.

La favola di Cappuccetto Rosso è nota a tutti i bambini. La versione più diffusa è quella ottocentesca dei fratelli Grimm, piuttosto edulcorata rispetto a quella seicentesca di Perrault. La morale pare semplice: mai fermarsi a parlare con gli sconosciuti.
Non mi sono mai fatta troppe domande in merito, né da piccola né da adulta, fin quando non ho incontrato Elisa, una bimba che ha sviluppato un sacro terrore nei confronti della storia di Cappuccetto Rosso. Com’è possibile, mi sono chiesta, visto che la maggior parte delle fiabe ha aspetti cruenti, spaventosi, e non è che un lupo, per quanto nero e peloso, possa essere peggio di una strega o di un orco. La risposta è arrivata per caso, quando mi sono trovata tra le mani il testo sociologico L’ago e la spilla di Yvonne Verdier, che tratta l’evoluzione del racconto sin dalle prime divulgazioni orali (XIV secolo d.C.). Questo libro mi ha fatto capire che forse gli occhioni infantili di Elisa hanno saputo leggere al di là delle mie scontate convinzioni: siamo sicuri che il vero “mostro”… sia il lupo?
Cappuccetto Rosso nasce nelle province francesi, ma il suo mito è disseminato in tutta Europa e le varianti sono molteplici. Da principio non si parla di una bambina, bensì di un’adolescente. Il cappuccio rosso, apparso in seguito e non in tutte le versioni – a volte la particolarità dell’abbigliamento è che sia di ferro e quindi faticoso da portare –, si rifà a un antico rituale che si svolgeva in maggio per celebrare l’ingresso delle giovinette nell’età fertile. Durante la cerimonia infatti, le fanciulle sfilavano col capo ornato da una coroncina di fiori cremisi. Nella tradizione orale poi, si cita un aspetto importante che viene quasi ignorato in quelle scritte. Il lupo chiede a Cappuccetto Rosso che strada intenda prendere per raggiungere la casa della nonna: quella degli aghi o degli spilli? Sembra non esserci un senso, almeno per noi che viviamo in un’epoca diversa da quella in cui germogliò la leggenda. Bisogna quindi rifarsi al linguaggio contadino del passato e sapere che nei villaggi francesi, al compimento dei 15 anni, le ragazze venivano mandate per un inverno a lavorare presso una sarta. Lo scopo, più che apprendere l’arte del cucito, era di cominciare a “raccogliere li spilli”; ossia imparare ad agghindarsi e rendersi disponibili per il corteggiamento. Gli spilli sorreggono la stoffa e la preparano per essere unita dagli aghi. Creano legami. Gli spilli pungono, possono essere pericolosi, perciò vanno maneggiati sotto l’occhio vigile dell’insegnate. Gli aghi rappresentano una fase successiva: “sarta sposata, ago infilato”, dice un proverbio. Quindi prendere il sentiero degli spilli significa prendere quello della pubertà che, alla fine, conduce al sentiero degli aghi, cioè al matrimonio e pertanto alla maternità. È importante seguire questo ordine, non bruciare le tappe.
Arrivata a destinazione, Cappuccetto Rosso fa le seguenti cose: cucina in fricassea dei pezzetti di nonna che il lupo le offre spacciandoli per carne comune, li mangia, beve il vino-sangue estratto dalla medesima e poi viene sollecitata a spogliarsi e mettersi a letto in compagnia della vecchina, che è diventata d’un tratto pelosa, ossia troppo anziana per poter procreare. Con la menopausa infatti, spuntano sul viso antiestetici peli che le donne di oggi, a differenza di quelle di una volta, fanno sparire in un baleno con la complicità di una pinzetta. Sembra però palese che Cappuccetto Rosso venga sedotta dal lupo; significa pertanto che i piccoli devono stare alla larga dai grandi perché possono incappare in spregevoli pedofili? Questa l’interpretazione moderna, quella che la mamma di Elisa sperava di inculcarle senza sospettare che avrebbe invece scatenato le sue paure più profonde, ma secondo la tesi della Verdier la traduzione originale sarebbe diversa: quando la fertilità sboccia nei corpi giovani, in parallelo abbandona quelli vecchi. È un ciclo che riguarda unicamente il mondo femminile, gli uomini sono esclusi. Così, in quest’ottica, il lupo non sarebbe malvagio! Anzi, uccidendo la nonna e invitando la nipote a cibarsene, poi a seguirlo tra le lenzuola, si presta a fare da ponte; le permette di uscire dalla casa nel bosco in un corpo nuovo, per intraprendere un’altra realtà: quella adulta.
Ora verrebbe da dire che la piccola Elisa ci ha visto giusto: Cappuccetto Rosso mangia la nonna – in alcune varianti la madre – perché altrimenti sarebbe la stessa nonna, ancora legata al proprio ruolo, a divorare in un sol boccone lei. Quindi il significato originale della favola sarebbe: nonne/madri, state attente alle vostre nipoti/figlie! Se però riflettiamo senza farci prendere dal panico, possiamo comprendere che non c’è proprio nulla di inquietante in questo messaggio. Lasciamo dunque stare l’aspetto scabroso legato alla femminilità-sessualità, tralasciamo soprattutto quello truculento dell’uccisione e del cannibalismo, metafore forti che sono servite a dare carattere alla storia in un periodo in cui era normale farne uso, e soffermiamoci solo su un fatto del tutto ovvio: con lo scorrere del tempo, che è il vero “mostro”, le nipoti/figlie raggiungono la maturità fisica e con essa quella mentale, diventano autonome; smettono così di essere soggette alla protezione delle nonne/madri e, da sole, si avviano sul cammino della vita. A un certo momento poi si trasformano loro stesse nel punto di riferimento del focolare; cominciano a prendersi cura delle nonne/madri e dell’intero parentado d’origine che con l’avanzare dell’età perde sempre più l’indipendenza, formando in contemporanea un nucleo tutto nuovo con la complicità di un rispettabilissimo “lupo”. Di questo racconta in conclusione la storia di Cappuccetto Rosso, del naturale trasferimento di consegne da una generazione a un’altra; un passaggio dello scettro che pur avvenendo da sempre in tutte le famiglie, può far paura alle ragazze e alla piccola, lungimirante Elisa, perché crescere e imparare ad assumersi responsabilità è faticoso e doloroso, e può far paura alle nonne/mamme perché rinunciare al ruolo di matriarche è faticoso e doloroso, e perché la vecchiaia, in fondo, altro non è che l’ultima fase della nostra fragile esistenza.

Anna Valeria Cipolla d’Abruzzo

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