Per un’architettura urbana che non sia ‘silenziosa’

Per un’architettura e un aredo urbano che non siano soltanto dipinti e ‘silenziosi’, ma civili, decorosi seppur abitati e vitali.

“È morto Paolo Fiorentino il pittore dell’architettura silenziosa”. ll mondo dell’arte lo ricorda per le sue tele in cui raffigurava architetture e visioni urbane, oniriche e concrete allo stesso tempo”. (Giulia Ronchi – Artribune)

Paesaggi urbani essenzializzati e rifiniti, che emergono come intarsi preziosi da sfondi bianchi luminosissimi oppure da un campo pittorico nero e notturno …”. “Le sue panoramiche cittadine, soprattutto: bellissime e silenziose, abitate solo da se stesse …”. (Barbara Martusciello)

Da esse, se è vero che l’arte non è semplice e sterile esercizio ludico o del profitto personale e commerciale, non soltanto volto a dilettare ed emozionare, ma altresì testimonianza, stimolo alla visione nonchè ad una narrazione intellettiva e affettiva dell’uomo nel suo porsi esistenziale nel luogo e nel tempo, vorrei trarre un spunto di riflessione dalle opere di questo artista, deceduto di recente a Roma (dov’era nato) all’età di soli 53 anni.

Immagini dipinte, queste di Paolo Fiorentino, esteticamente ‘piane’ e pacificanti alla vista, “oniriche” persino, rischiano di edulcorare l’idea che occorre avere di un contesto architettonico e urbano. Come dire che se è o sarebbe bello vedere attorno a noi tanto limpido ordine e rigore, al tempo stesso razionalistico e poetico-sognante, sapendo che un agglomerato di edifici atti e destinati alla abitazione dei singoli e alla vita  pubblica e privata delle persone, non è un luogo ‘empireo’, ma uno spazio di vita mutante e dinamica, di rapporti tra le cose e le persone, è difficile non pensare che tali vedute siano alla fin fine irreali e utopistiche, giacché non subiscono “uso e consumo” di chi le abita, conserva o trascura.
Non diversamente, se una tale ‘costruzione’ umana la trasferiamo al campo della elaborazione e produzione dell’arte, la materia scelta e utilizzata prende forma in maniera organicamente strutturata e armonica, ma successivamente, se non  protetta, a causa dell’azione erosiva del noto “tempus edax”, vorace oltre che fuggevole, muta nella forma data o persino giunge a disfacimento.

Tornando alle opere di P. Fiorentino,  di là della pulizia del tratto e della limpidezza d’immagine ottenuta, visualizzando la rasserenante com-posizione delle sue architetture, per una suscitata immagine di vita vissuta … fuori dal quadro, poiché le case non sono abitate solo da se stesse”, non possiamo riflettere su quel che, al contrario, è e si mostrano, in vari gradi di bellezza o di bruttezza, i luoghi urbani nei quali scegliamo o siamo costretti a condurre la nostra esistenza terrena.

Chiediamoci: chi non gradisce, chi non è portato a magnificare, per giusto amore campanilistico, un luogo o una veduta ordinata e armonica (… linda e pinta, si direbbe) della propria città? Ognuno e tutti, di certo, fatta eccezione di chi, per sua incultura e/o malvagità, è portato a disprezzare quando non a distruggere il bello e il buono da altri realizzato. Ma se ciò può dirsi scontato, persino banale a dirsi, al contrario – domandiamoci ancora come si può accettare che le nostre città, dove più, dove meno, per vari fattori e per diverse dislocazioni geo-politiche, si mostrino e oggettivamente siano lerce, disordinate quando non, nelle strade e negli edifici, ammalorate e disfatte?
Per bene che vada, sia ad opera dei privati poco o nulla propensi a rispettare il bene comune, ma soprattutto delle istituzioni, preda di uomini di per sé incapaci e comunque manifestatamente e di fatto disinteressati al ruolo e funzione per le quali sono stati eletti, al più, seppur non ovunque e sempre, si tengono in ordine, nel decoro e relativa bellezza, con le necessarie opere e cure, i definiti “Centri storici”. In pari tempo, nello stesso luogo, indicibilmente e impunemente, non soltanto nelle grandi aree metropolitane, ma anche nelle piccole e medie città, sono tenuti nell’incuria e nel degrado gli altri quartieri, non a caso definiti ‘periferici’ e perciò stesso considerati ‘marginali’, ovvero di interesse umano e civico relativo o nullo.

Sono realtà queste, usi e costumi, privati e pubblici, della peggior specie, che ovunque vediamo e spesso colpevolmente tolleriamo. A volerle ‘fotografare’ con occhio obiettivo, sicuramente non possono dirsi dei “quadri” di matura civiltà urbana e umana, immagini di un ‘progresso’ che non può dirsi certamente tale. Non a caso e di conseguenza, come annota Duccio Trombadori nel descrivere la visionaria pittura di P. Fiorentino qui mostrata, le sue “tipologie urbane paiono estratte da un manuale di civiltà sepolte”!

La realtà, urbana e non solo, dei tempi nostri, che illusoriamente vorremmo fosse sepolta e prima o poi dimenticata, è invece questa, puntualmente descritta (per qui restare alla Capitale) da Gianni Fraschetti in: “L’inferno in terra esiste: i quartieri dormitorio”.
Per chi abbia voglia d’informazione, questo è il link:
http://informare.over-blog.it/2014/11/l-inferno-in-terra-esiste-i-quartieri-dormitorio.html

Giuseppe F. Pollutri

 

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