Conte, da Avvocato a Pm

Ci ha messo poco Giuseppe Conte a passare da “Avvocato degli italiani” a PM del Tribunale Speciale 5S. Si è passati dallo slogan “i processi si fanno in tribunale” a “I processi si fanno in parlamento”. Una decisone assolutamente politica tesa, evidentemente, a “provocare” Salvini e fargli dichiarare la crisi di governo, per poter così dire, in vista delle votazioni del 26 maggio “vedete che la crisi non l’abbiamo voluta noi ma la Lega”. È un tentativo disperato di Di Maio e compari per tentare di arginare l’emorragia di voti che hanno caratterizzato questi primi lesi di governo in cui hanno dimostrato la propria incapacità. Il senso della democrazia non ha diritto di cittadinanza in casa loro al punto che con scarsa capacità di cogliere la gravità della loro pretesa, pretendono che gli altri partiti facciano quello che loro fanno (e che sono padronissimi di farlo). Non esiste Paese al mondo, forse solo negli stati totalitari o islamici (che è la stessa cosa) si può verificare che la magistratura venga di fatto esautorata da una forza politica e, allargando un po’ l’orizzonte visivo, non meraviglia che in questo caso quella stessa magistratura che strilla e strepita quando c’è solo il sospetto che le sue prerogative ed i suoi compiti vengano “usurpati”, taccia. Ed ecco dunque l’Avvocato che accetta supinamente la assurda pretesa di Di Maio, dimostrando di non essere super partes come aveva voluto far credere. Né è valsa la richiesta ragionevole, oltre che legittima, da parte di Siri, di aspettare l’interrogatorio di garanzia da parte della magistratura per difendersi “nel processo” e non “dal processo” (intesi come dinamica della procedura): l’interrogatorio richiesto da Siri alla magistratura avrebbe potuto certificare la sua estraneità alle accuse ma occorreva un qualcosa che interrompesse il ridimensionamento dei 5S nel gradimento del proprio elettorato: ed ecco dunque la scelta tutta politica e non certamente etica e neanche nel nome della Legge, vanamente ed inopportunamente evocata, da chi può fare e dire quel che vuole al proprio interno ma non può imporre una visione giacobina ad altri: questa si chiama vigliacca prepotenza. E non è difficile scorgere in questa vicenda il disperato tentativo di indurre Salvini a dichiarare la crisi per addebitargliene la responsabilità. Anzi, nel nome di questa “etica domestica” dovrebbe essere proprio Di Maio a dichiarare la crisi visto che l’alleato difende Siri, intrattiene rapporti con Orban, fa visita agli “sfigati” che cercano di difendere la Famiglia Naturale! Tutti temi etici di un’etica piuttosto elastica fatta ad uso e consumo, questo sì, di sfigati. Personalmente non credo che Salvini abboccherà: anzi credo che questa mossa “disperata” si ritorcerà contro chi l’ha messa in atto il prossimo 26 maggio soprattutto se la magistratura dovesse archiviare la faccenda.
Elio Bitritto

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