In primavera, nel vento e sull’onda

Oggi è un lunedì ancora. Di nuovo è qui Primavera, anche se quest’anno ama nascondersi più del solito dietro tante erratiche nubi, imbronciarsi con pioggia e vento. La natura è decisamente in fiore e già si mostrano sul ramo nuovi frutti, mentre sul mare il vento, ancora a tratti di tramontana, di garbino o di maestro, si fa brezza nel mattino e poi a sera, ci dona un respiro tutto nuovo.

Tutto invita all’andare, a riporsi sulle onde col proprio bagaglio e voglia, a remare sul proprio vascello, se in compagnia o con dispiegata vela … meglio.
Si va (si deve andare) sempre verso un orizzonte, per un motivato approdo, una nuova esistenziale meta. C’è un altrove, altra gente, altra vita, esistenze altre e diverse da cercare e scoprire, con le quali proseguire, magari con più gusto e frutto, il proprio pur limitato cammino, l’individuale, talvolta piacevole e altre difficoltosa o perigliosa navigazione.

Dunque, sì andiamo. Giacché, come ebbe a scrivere il poeta romano-latino Orazio (Quintus Horatius Flaccus, 65-8 a.C.), è questo il tempo.

Solvitur acris hiems
grata vice veris et Favoni
trahuntque siccas machinae carinas

Si scioglie l’aspro inverno
nel gradito ritorno della primavera e del Favonio
e gli argani trascinano le asciutte carene [in mare]

(Carmina, Liber I, 4)

A questo classico e sempre attuale incipit poetico (in particolare), ad una scena a me nota e frequentata soprattutto negli anni d’infanzia vissuti felicemente sulla spiaggia della Marina di Vasto, si ispira questa mia giovanile opera di pittura, tutta privata e domestica. GFP


“Sull’onda”, di Giuseppe F. Pollutri, 1973 (materico e olio su tela, cm 100×100)

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