Una vita in pittura di Lucio Diodati da Popoli

Da ieri sera, sino al 18 maggio, alla Galleria Saccone di Santa Maria Capua Vetere, nuova Personale del pittore Lucio Diodati di Popoli.

“La sceneggiatura che l’artista ci presenta – leggiamo nella presentazione alla mostra campana – è quella di un sipario figurato, calato su una realtà sognata, nella quale figure femminili, con sguardi rapiti dalle luci di una sensualità mediterranea, assorbono lo spazio, assurgendo al rango di “prime donne” sulla scena. Solari, buffe, ingenuamente maliziose, assorte in un loro stupore psicologico, riprese nel divenire di molteplici punti d’osservazione e di luce, mentre si muovono su scene fittizie, così ci appaiono le figure femminili di Diodati, donne semplici, ma capaci di soggiogare le cose soltanto con l’assoluta innocenza di esistere”. “A volte l’artista immerge in questo suo palcoscenico pittorico alcune bizzarre “comparse”: sono quasi sempre figure maschili che si concretizzano in soggetti fantastici, come quella di un burlesco domatore, o quella di un carabiniere dai baffetti impomatati, o di un gentlemen distratto, o di un enigmatico ed ammiccante Arlecchino”.

Seguo personalmente da anni il nostro corregionale artista, da tempo operante con indiscusso gradimento e successo anche all’estero, oltre che in Italia, e di lui mi sorprende sempre la capacità di ‘giocare’ e di interagire con le sue ‘figure’ come una sorta di burattinaio, un segreto quanto fedele amante, più che “Mangiafoco” collodiano, metodico, reiterante e pur sempre inventivo, capace di regalare allo spettatore che assiste alle sue ‘rappresentazioni’ bellezze cromatiche ad un primo sguardo, possibilità di svagarsi come presi da un incanto, o da un ridestato desiderio di bellezza e di sana carnalità. Personaggi i suoi che suscitano, comunque, una riflessione di tipo pirandelliano, alla ricerca come appaiono di quel che nella cultura latina era racchiusa nell’espressione “ubi consistam”: un dove posso stare e un sottinteso io chi sono. Queste sue figure femminili, palesemente demodé, civettuole, svagate e al tempo stesso inquiete, unitamente ai loro spettatori-intrusi, dal ragioniere attempato d’altri tempi, al brigadiere galante alla De Sica, al sempre monellesco Arlecchino (palesemente suo alter ego), testimoniano una atmosfera di vita individuale e sociale in cui la donna, come rivela quel perenne sguardo inquieto, vive un tempo – quella dell’esistenza, e persino della semplice passeggiata in pubblico – denso di incognite, di incertezze, di paure, talvolta di voglia di fuga da una realtà lacerante se non tragica .

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Ciononostante, le Belle di Lucio si fanno amare e ammirare nel loro candido ex-porsi, non soltanto per i colori, per le bocche a bocciolo di rosa, talvolta figurata come una fragola, per gli accattivanti e profondi sguardi non meno, quanto per la sostanziale levità del porsi figurativo, poi in fondo dell’essere, che trasmettono. Grazie al loro regista, al loro ‘trovato’ autore, capace di mettere d’accordo vita e forma, sostanza e apparenza; ponendo insomma interrogativi senza peraltro suscitare disperazione.

Giuseppe F. Pollutri

http://www.luciodiodati.com/ita.html

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