L’Aquila, nel 6 di aprile di dieci anni fa


Tornando con la mente e il cuore a L’Aquila, dieci anni dopo.
Ricordando e commemorando la tragedia della città e più delle tante vittime di quell’evento sismico. Dei 55 giovani in specie che ebbero la propria vita stroncata nella collassata Casa dello Studente. Sotto le sue macerie trovò crudele morte anche
Davide Centofanti, nato da madre vastese e padre aquilano, dimorante nel capoluogo regionale per il suo primo anno di studi universitari.
In sua memoria, come per gli altri 309 morti, per i tanti sfollati non meno, pubblico ancora una volta
la seguente mia composizione in versi, scritta in quella terribile notte di comune veglia e dolore, alla vista delle immagini televisive sulle conseguenze quel duro e lacerante evento sismico, o piuttosto della ignavia e della irresponsabilità degli uomini, pubblici e privati.
GFP

Del mio improvviso Calvario

Quale nuovo Inferno si è aperto
in terra, stanotte, a divorarmi in casa
gli affetti duraturi del cuore,
a pormi su una croce di martirio,
già prima che il Venerdì Santo,
con canti e riti devozionali, in fede
e passione, sia stato processionato?

Come di sasso, spoglio e nudo,
sta lì il cristiano d’Abruzzo, fra macerie
e livido cielo, a dirsi con lacrima alcuna,
senza più fiato o suono di voce: Ecco,
è giunto inaspettato il tempo
che la nostra terra, il luogo dei giorni,
divenissero un Gòlgota di passione
e sgomento …
A chiedersi del perché una madre,
un figlio, la mia sposa, il padre
(… il mio bambino, Dio) non abbiano
più voce, né luce negli occhi,
di sopravvivenza quotidiano dono,
umana speranza, alcuna!

– Ecco, che io cerco con sole mani,
febbrili, fragili e nude,
di un mio caro un richiamo, la vita,
e trovo morte
fra polvere e sassi, impotente, fustigato
senza colpe in cuore, io, uomo solo,
fratello nell’accomunante sgomento,
in questa Stazione unica
del mio, nostro, improvviso Calvario.

E qui ancora, in questa dissestata terra,
fra queste rovinate mura urbane ti cerco
e t’invoco, Cristo, e con Te grido al cielo,
al Padre: – Elì, Elì, lamma sabachtanì!
Perché
mi hai abbandonato?

E non so se questa
sia rinnovata Fede mia, o un desolato,
sconfortato urlo d’uomo soltanto.

Giuseppe Franco Pollutri,
il 06 d’aprile dell’anno 2009

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