Il voto sardo, il TAV e il governo

“La Lega vince sei a zero sul PD”. Con queste parole, riferite ai risultati di sei consultazioni elettorali consecutive, ovvero le elezioni regionali svoltesi in Friuli e in Molise, le provinciali in Trentino e Alto Adige, le regionali in Abruzzo e, ultime della lista, quelle in Sardegna, Matteo Salvini ha sintetizzato in maniera efficace le tendenze elettorali attualmente in atto. Il risultato ottenuto in Sardegna, dove la Lega, nelle precedenti regionali, non era neanche presente, conferma il buon momento del Carroccio, che incrementa il suo fatturato elettorale anche rispetto alle scorse elezioni politiche. E’ il Centrodestra in generale che, trascinato da Salvini, vince regolarmente le elezioni amministrative. Il voto sardo conferma, tra l’altro, altre tendenze politico – elettorali in atto, ed evidenziate già dalle tornate elettorali precedenti. Ovvero: è in atto una sorta di ‘sgonfiamento’ del M5S, che, rispetto alle politiche, anche in Sardegna ha sostanzialmente dimezzato i propri consensi. Non bisogna dimenticare che si tratta di elezioni diverse, il cui risultato dipende da diversi fattori, ma il confronto tra le tendenze elettorali del tutto opposte dei due azionisti del Governo Conte non promette nulla di buono per il movimento fondato da Grillo e Casaleggio. Indubbiamente la mancanza di un radicamento territoriale forte ha il suo peso, ma, come si è visto bene anche il 10 febbraio scorso in Abruzzo, è in atto un ritorno di molti voti ‘rossi’, che si erano riversati sul M5S, al Centrosinistra. Un Centrosinistra che, dopo l’illusione di un testa a testa tra il proprio candidato e quello del Centrodestra, dovuta agli exit poll, è stato riportato, dallo scrutinio dei voti, ad una realtà caratterizzata da un distacco di 15 punti percentuali a favore del Centrodestra, ma anche da un secondo posto dovuto ad una performance elettorale decisamente migliore di quella pentastellata.
Nelle settimane successive al voto sardo, inoltre, si è consolidata, stando ai sondaggi, la tendenza della Lega all’ascesa, del M5S alla discesa e del PD alla ripresa, quest’ultima causata probabilmente (anche) dal relativo successo delle primarie e da una sorta di ‘effetto Zingaretti’ dovuto all’instaurarsi alla guida del partito da parte di chi quelle primarie le ha ampiamente vinte.
Le tendenze politico-elettorali appena menzionate rappresentano un pericolo per l’Esecutivo Conte? Difficile dirlo con chiarezza. Certamente il movimento diretto da Di Maio e Casaleggio è in sofferenza e qualcuno, al suo interno, potrebbe ritenere che l’alleanza con Salvini sia svantaggiosa. Ma se, per pura ipotesi, il M5S staccasse la spina al governo, l’unica cosa da fare, a questo punto, sarebbe andare ad elezioni politiche anticipate e, coi numeri attuali, per i pentastellati sarebbe una sicura débâcle. A meno che i vertici del movimento fondato da Grillo decidano di tentare una mossa ritenuta finora, se non impensabile, assai poco probabile: chiedere un’alleanza al PD. PD che, secondo i sondaggi, sarebbe molto vicino a raggiungere, sul piano della forza elettorale, i pentastellati.
Se Nicola Zingaretti, che si è dichiarato disposto al dialogo con Di Maio e soci, pur mettendo dei paletti ben precisi, dovesse prendere in considerazione un’ipotesi del genere, si aprirebbe forse una nuova fase politica. Ma, tenuto conto che, attualmente, la coalizione di Centrosinistra, nel suo insieme, sembra in grado di reggere – e vincere – il confronto col M5S, questo non sembra in grado di trattare da una posizione di forza, e non è detto che il PD, che punterà, se ne avrà la forza, a riappropriarsi dei ‘suoi’ voti, non si sentirà – a ragione o a torto – sufficientemente forte da andare avanti da solo, o coi suoi alleati di sinistra.
Allo stato attuale delle cose, comunque, i vertici del M5S non sembrano molto propensi a tentare il salto nel buio delle elezioni anticipate, e questo sembra in grado di garantire la sopravvivenza del Governo Conte. Ma la compagine governativa ha anche un altro azionista di riferimento, come tutti sanno: la Lega. Il partito di Salvini, allo stato attuale, sembra al massimo storico dei consensi, dovuto alla linea politica tenuta fin qui dal Capitano, prima e dopo l’insediamento al governo.
Il segretario del Carroccio, come è evidente, non ha al momento nessun interesse a sfilarsi dall’attuale coalizione di governo. Tuttavia, a differenza del suo collega Di Maio, Salvini, pur non avendo bisogno di nuove elezioni, non ha motivo di temerle, potendo presentarsi alle politiche col Centrodestra tradizionale degli alleati/oppositori Berlusconi e Meloni, di cui assumerebbe, numeri alla mano, la guida. La crisi di governo sfiorata di recente sul TAV ha dimostrato che, nonostante le differenze in materia di programmi elettorali e di visione del Paese da parte delle due forze di governo, nessuna delle due è intenzionata ad arrivare ad una rottura definitiva.
La vicenda ha altresì dimostrato, però, che, di fronte ai rispettivi elettorati, su alcune questioni nessuno dei due attuali diarchi di governo ha intenzione di cedere, o di dare a vedere di farlo, anche a costo di sfiorare la rottura.
Se però rottura dovesse essere, è chiaro, per i motivi appena esposti, chi avrà più da perderci.

Marco Sfarra

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