Angelo D’Ugo, Robinson viaggiante, tra l’India e l’Africa

Era in dicembre. Nella nostra periodica narrazione abbiamo lasciato Angelo D’Ugo in procinto di riprendere la navigazione, a metà percorso della sua ulteriore avventura e sfida marinara. “Ho navigato per circa 4500 miglia – annotava nell’ultimo suo resoconto – altrettante ne restano per toccare il suolo natio”.
Diciamo subito che in tale andare, dal giorno in cui salpava dalla Malesia al giorno di approdo a Port Gahlib, alcuni giorni fa, in Egitto, non soltanto molte onde sono transitate sotto la chiglia dell’imbarcazione, e molto vento, non sempre favorevole, ha soffiato sulla vela. Altre  non secondarie difficoltà (lo leggeremo qui di seguito) hanno messo in forse la prosecuzione del suo progetto di compiere, dopo quello dell’Atlantico e del Pacifico, anche l’attraversamento dell’Oceano Indiano.

Come già altre volte, qui lascio ancora che sia lo stesso nostro … Robinson della vela a illustrarci quest’ultima sua non facile tratta della ostinatamente perseguita traversata oceanica, che ha preso le mosse nel maggio dello scorso anno da Brisbane (Australia), dove era approdato in agosto 2017, al termine della navigazione nel Pacifico.

Il 18 dicembre [2018] – leggiamo nel Diario di bordo del dottor A. D’Ugo – salpando dall’isola di Langkawi, lasciamo definitivamente la Malesia, ma decidendo opportunamente di testare le riparazioni effettuate prima di affrontare l’oceano, … scopriamo purtroppo diversi altri problemi … La pompa dell’olio del motore di sinistra, il dissalatore e il radar non funzionano, la boccola del timone è lesionata, il pilota non mantiene la rotta con mare grosso . Tutto ciò induce Steve, proprietario del catamarano su cui sono imbarcato a interrompere il viaggio, a fermarsi in Tailandia. L’imprevisto fatto mi costringe a cercare in fretta un nuovo imbarco. Con la mia proverbiale fortuna impiego solo poche ore. Lo trovo presso un tale Florian, avvocato austriaco e la sua Esperanza, robusta barca d’epoca in legno di 36 piedi.

Il 7 l’imbarco, l’8 gennaio salpiamo. Rotta di navigazione 268 gradi verso lo Sri Lanka. Passare dai conforts del catamarano a questo spartano monoscafo è duro. Non ho neppure una cuccetta tutta mia … Ma non mi importa, il mio obiettivo è terminare la traversata e non mollo. Il mare è abbastanza calmo, per quello che può essere un oceano, ma il vento sui 15 nodi che spira da est ci fa rollare tanto. Difficile mantenere l’equilibrio, … fare pipì e ancor di più dormire senza rotolare per terra. Dopo quattro giorni di navigazione ci raggiungono dei nuvoloni neri carichi di acqua, che ci vediamo scaricare addosso con immenso piacere …  Ci permette una salutare doccia e di farne preziosa scorta, in considerazione che bordo manca anche l’utile e fondamentale “dissalatore”.

16 gennaio – (…) poi, come sempre, il vento arriva, caspita se arriva, oltre i 35 nodi, con onde di quattro metri. La barca “vola” a 6 nodi. Durante la notte l’oceano … dà il “meglio” di sé. Dice Florian: “… una delle cinque tempeste peggiori della mia circumnavigazione”. Naturalmente concordo. Due giorni dopo, di sera, ancoriamo nella baia di Galle. Penso: metà oceano indiano è ora alle mie spalle… Grazie, Signore!

21 gennaio – Passeggiando sulla spiaggia si possono vedere i segni evidenti dello “tsunami” che nello scorso dicembre ha colpito l’area ancora una volta. Lo Sri-Lanka (già Ceylon) è notoriamente una nazione flagellata di frequente da fenomeni metereologici avversi, ma il suo popolo è cordiale, non si arrende. Mi unisco a loro per salpare le reti. Il pescato: un pugno di pesciolini per sfamare tanta gente.
24 gennaio, di buon mattino, salpiamo di nuovo. Siamo sette barche, viaggeremo assieme per le prossime tre settimane, il più vicino possibile, per darci reciproco aiuto in caso di attacco da parte dei temuti pirati che infestano questi mari. Il programma obbligato è di raggiungere le coste dell’Egitto “no stop”. Dovremo percorrere interrottamente circa 3000 miglia marine. (…)
La rotta seguita è ancora di 280°, velocità 5 nodi. Il vento è incostante e, per proseguire comunque, ci costringe ad usare il motore.

31 gennaio – (…) E’ trascorso un altro mese. Sono otto da quando ho iniziato questo viaggio, e ne mancano ancora per la conclusione. Comunque mi sono lasciato alle spalle le prime 1000 miglia. (…) Il 2 febbraio, finalmente, il monsone di nord-est ci raggiunge e ci va “volare” a 7 nodi. Per paura di questi … “cazzo” di pirati, siamo costretti a stare molto lontani dalla costa africana, e a fare molte più miglia del necessario. Pazienza.

6 febbraio – Entriamo nel golfo di Aden, corridoio formato dal Corno d’Africa a sud e Arabia a nord. È lungo 600 miglia. È la zona più a rischio di possibili attacchi, ma anche la più controllata. Ci sono regole ben precise dateci dal UKMTO, organizzazione preposta alla sicurezza della zone. Si veleggia in flottiglia, usiamo nomi in codice quando ci chiamiamo per radio su canali che cambiamo di volta in volta, inviamo rapporto tre volte al giorno indicando la nostra posizione, velocità e segnalando eventuali barche sospette. Tantissime navi militari solcano queste acque ed aerei ed elicotteri sorvolano le nostre teste. Per fortuna, tutto fila liscio.
Dopo altri diciotto giorni di navigazione eccoci a Bab El Mandeb, piccola isola che divide l’Oceano Indiano (ormai alle mie spalle), dal Mar Rosso. A questo punto posso affermare e scrivere che ho così portato a termine la traversata del … mio terzo Oceano.

13 febbraio – Navighiamo nel Mar Rosso. La nuova sfida è il vento, per nulla “buono”, molto spesso contrario, per cui siamo costretti a sfruttare al meglio le occasioni propizie per avanzare e, quando il vento è più forte, a ridossarci a qualche isola. Superfici emerse di pochi chilometri quadrati, a livello del mare. A vista solo sabbia, e le uniche forme di vita sono piccoli arbusti, gabbiani e paguri. Tutto ciò, per la verità, poi non mi dispiace ed è anzi rinfrancante… Dopo tanti giorni di navigazione ininterrotta è piacevole poter dormire senza i turni di guardia, cullato e non sballottato dalle onde.

16 febbraio – Dopo ventiquattro giorni di tale navigazione comincia a scarseggiare l’acqua su questa barca sprovvista di dissalatore (…) Anche la lancetta della nafta segna rosso e per di più, per ingannare l’attesa del vento, abbiamo mangiato più del necessario, riducendo di molto le provviste … Per tutte queste ragioni decidiamo di fare una sosta tecnica a Soakin, località solo cento anni fa importante porto commerciale ed ora piccolo, povero villaggio nel Sudan.
[…] La vita a bordo non è facile, ma può diventare insostenibile se lo skipper applica due pesi e due misure, per lui e … per l’equipaggio (p.e. cibo, turni di guardia). Così, dopo quarantadue giorni su questa imbarcazione decido di salutare, più o meno cordialmente, l’austriaco Florian e la sua Esperanza, e di salire a bordo di Yemaya, uno splendido
catamarano di proprietà di Deep e Malica, una giovane coppia olandese.

28 febbraio – Ventiquattro ore estenuanti contro un vento forte che ci impedisce di avanzare. Continuiamo a bordeggiare, ma facciamo solo 2 nodi. Anche se mancano solo 100 miglia a Port Gahlib, punto di ingresso in Egitto, decidiamo di ancorare, sperando che domani sia migliore.

4 marzo – Finalmente raggiungiamo Port Gahlib. In fretta vorremo sbrigare le pratiche doganali e ripartire. Vogliamo approfittare di un vento favorevole ed arrivare a Suez … Per andare ancora, fino in fondo. Sempre ad ovest, … inseguendo il tramonto.

Questo il resoconto di A. D’Ugo, sempre puntuale ed efficace nel descrivere il suo non facile oltre che difficoltoso viaggio di mare. Ben illustrative anch’esse le foto ricevute, rivolte a documentare non solo l’andar per mare, ma al solito anche quel che trova, guarda e pone all’attenzione di chi come noi, non solo fisicamente, … fortunatamente o meritevolmente, se si vuole, è distante o estraneo da certe misere condizioni di vita umana ancora presenti sul nostro pianeta …

Un ‘viaggio’, il suo, capace di far capire molte cose sulle migrazioni in occidente e nel settentrione del mondo, seppur attuate nelle forme spesso sbagliate e nulla affatto tali da dare a chi viene diverse e migliori condizioni e prospettive. Insomma, indirettamente o meno, a est, come ad ovest, nell’uno e nell’altro oceano, dal nostro dottore velista, in questi anni, ci sono giunte immagini di primordialità ‘felici’ solo nell’idea mitizzata che noi abbiamo del buon selvaggio, e dell’etnico

Salutando qui idealmente Angelo, in procinto di passare lo stretto di Suez per tornare in Mediterraneo, concludiamo questo ennesimo resoconto delle sue ‘navigazioni’ con il pensiero che se si vogliono evitare guerre e sofferenze, ancora costanti e magari crescenti, quale sia il suolo o la riva del proprio vivere, i potenti politici ed economici del globo terrestre dovranno uscire dalle loro dorate, … “eburnee” torri di egoistico benessere e privilegio. Dio li renda capaci di farlo.

Giuseppe F. Pollutri

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