Il voto abruzzese

Le elezioni regionali tenutesi in Abruzzo domenica scorsa hanno dato un deciso scossone al panorama politico nazionale. L’esito della consultazione era, in fin dei conti, abbastanza scontato, vista l’attuale situazione politica, ma, anche ammettendo questo, il voto del 10 febbraio scorso è un’utile spia delle tendenze politiche in atto. Va osservato che anche in Abruzzo si conferma l’aumento dell’astensionismo oramai in atto da diversi anni in quasi tutta Italia, segno di una disaffezione crescente dei cittadini nei confronti della politica e delle forze politiche, quali che queste siano, anche se non è detto che il fenomeno le danneggi tutte in egual misura. Detto questo, il risultato evidenzia alcune tendenze in atto. La vittoria netta di Marco Marsilio, che col suo 48% arriva quasi a sfiorare la maggioranza assoluta dei voti, dimostra che l’onda lunga del Centrodestra è ancora in atto e che, come tutti i sondaggi dicono da oramai diversi mesi, si tratta di un Centrodestra a trazione nettamente leghista: il partito di Matteo Salvini, infatti, neppure presente nelle elezioni regionali di 5 anni fa, superando il 27% diventa il primo partito della Regione Abruzzo, eleggendo 10 consiglieri. Buono il risultato anche di Fratelli d’Italia. Il partito guidato da Giorgia Meloni, infatti, complice il fatto che il neopresidente della Regione Abruzzo proviene dalle sue file, ha raccolto un buon risultato, assestandosi sul 6,5%, oltre il doppio rispetto alle precedenti regionali del 2014. Chi invece perde nettamente voti è Forza Italia, ferma a circa il 9% (nel 2014 stava oltre il 16). Se confrontiamo gli attuali risultati delle 3 forze principali della coalizione di Marsilio coi risultati delle scorse politiche, la Lega può vantare un sostanziale raddoppio dei propri consensi e anche Fratelli d’Italia ha avuto una crescita sostanziale seppur limitata. Forza Italia invece accusa una flessione netta (circa il 5%). Continua e si consolida, quindi, il cambiamento dei rapporti di forza in atto nel Centrodestra, dove è Salvini, ormai, quello che dà le carte. Una vera e propria doccia scozzese – anzi abruzzese, come ha detto un opinionista televisivo – quella del 10 febbraio, per il Movimento 5 Stelle. Il Movimento di Di Maio e Di Battista, infatti, raggiunge, con Sara Marcozzi, poco più del 20% dei voti, dimezzando la performance delle scorse politiche e tornando ai livelli delle regionali del 2014, conquistando non il secondo, come previsto dai sondaggi, ma il terzo gradino del podio dopo il Centrosinistra guidato da Giovanni Legnini, che distanzia i pentastellati di circa 11 punti percentuali, raggiungendo un insperato 31%. Come interpretare questo risultato, probabilmente il più sorprendente dei 3? È probabile che la candidatura di Legnini abbia giovato al suo schieramento. Inoltre, stando a diverse analisi dei flussi elettorali, una quantità significativa di voti tendenzialmente di sinistra, che si era diretta, nelle precedenti elezioni politiche, verso il movimento fondato da Grillo e Casaleggio, ha ingranato la retromarcia, tornando verso i partiti che aveva in precedenza abbandonato. Di qui un risultato che, seppur poco lusinghiero rispetto alle precedenti elezioni regionali – che il Centrosinistra aveva vinto con un ottimo margine, e con distacco rispetto alla coalizione di centrodestra simile a quello attuale, ma a parti invertite – è apprezzabile, e francamente insperato, rispetto al tracollo vistosi il 4 marzo scorso, con la coalizione ferma a ridosso del 18%. Ha probabilmente giovato inoltre la presenza di numerose liste civiche, che sono riuscite, almeno in parte, a compensare un risultato del PD non proprio esaltante, che vede il partito inchiodato all’11%, decisamente meno del 25% delle regionali del 2014 e che conferma la tendenza alla discesa anche rispetto alle scorse politiche, quando il partito allora diretto da Renzi si era dovuto accontentare di un magro 13-14%. Quello abruzzese è stato additato da diversi esponenti di centrosinistra come un modello potenzialmente vincente, capace di far uscire la coalizione dall’attuale fase di decozione, se applicato nelle prossime tornate elettorali sia amministrative che politiche. Può darsi che sia così. Va detto, però, che un conto è applicare un modello di coalizione di questo tipo alle elezioni amministrative, magari quando si tornerà a votare per eleggere le giunte di altre regioni, altra storia è puntare a vincere le politiche. Coalizioni caratterizzate da numerosi soggetti politici (lo schieramento a sostegno di Legnini è composto da 8 sigle, tra partiti e liste civiche) e che, per governare, hanno bisogno di trovare un comune denominatore tra forze politiche comunque diverse e che, proprio per la loro sopravvivenza politica hanno spesso bisogno di differenziarsi, hanno dimostrato, su scala nazionale, di essere in grado di vincere le elezioni ma di non reggere a lungo l’esperienza di governo, come le vicende politiche degli ultimi decenni ci hanno insegnato.

 

Marco Sfarra

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