Difendere l’italiano da inutili forestierismi

Prendendo spunto da un’intervista del Presidente dell’Accademia della Crusca, Claudio Marazzini, ad un quotidiano in lingua italiana di New York, La Voce, propongo alcune riflessioni sulla complessa questione dei forestierismi, soprattutto derivati dall’inglese americano, presenti e sempre più frequenti nell’italiano parlato e scritto di oggi.
Claudio Marazzini è Professore ordinario di Storia della lingua italiana e Linguistica italiana nella Facoltà di Lettere dell’Università del Piemonte Orientale “A.Avogadro” (Vercelli), linguista e saggista italiano e membro della “Società Italiana di Glottologia”. Il 23 maggio 2014, Marazzini è stato eletto Presidente dell’Accademia della Crusca. Ecco cosa ha detto sull’uso dei forestierismi nella lingua italiana. Alla domanda ‘quali lingue influenzano maggiormente l’italiano oggi?’ egli ha risposto ‘l’inglese parlato in America è la lingua che influenza maggiormente l’italiano di oggi, perché è il veicolo della cultura mondiale dominante ed anche perché tanti italiani hanno ”la testa in America” e non capiscono più niente che non sia americano. Una reazione che a volte sembra degna di individui sottosviluppati e senza una propria storia’.
Che lezione storica si può imparare tracciando un parallelo tra la forzata italianizzazione dei forestierismi voluta ed imposta dal regime fascista e il laissez faire o incontrollata accettazione nell’uso di termini in inglesi al giorno d’oggi?
“Credo, spiega il Professor Marazzini, che la lezione migliore sia guardare agli altri europei neolatini. Possiamo confrontarci con Francia, Spagna e Portogallo. Così potremo superare il complesso di essere stati fascisti dal 1922 al 1943. In questo modo, forse, ci renderemo conto che sentire la dignità della propria lingua non vuol dire necessariamente essere fascisti, anzi il contrario”.
Come si spiega la capillare penetrazione dell’americano nell’italiano parlato di oggi e tanto presente anche nei mezzi d’informazione e nella pubblicità? La risposta del Presidente dell’ Accademia della Crusca è davvero illuminante. ‘La classe dirigente italiana è qualitativamente assai modesta, culturalmente povera, e fra l’altro subisce con una passività esasperante l’egemonia della cultura americana e anglosassone in generale, dimostrando non solo di non saper difendere la propria lingua e la propria cultura (che spesso non ama e poco conosce), ma anche dimostrando di non saper apprezzare grandi conquiste europee, come le idee illuministe e lo stato sociale’.
E per finire invito il lettore a queste mie condiderazioni conclusive.
Ogni lingua viva è suscettibile di nuovi arricchimenti, ma i neologismi e l’uso di forestierismi, soprattutto americanismi, vanno accettati con discernimento. Non è il caso in Italia al giorno d’oggi.Vige un lassismo esterofilo ridicolo dovuto ai mezzi d’informazione che accettano, ripetono pappagallescamente e impongono inutili vocaboli o espressioni americani alla moda. Il rispetto di un codice deontologico linguistico dovrebbe essere obbligatorio per tutti i giornalisti. Stabilire una politica comune verso i neologismi anglo-americani da parte delle varie lingue neo-latine ( spagnolo, francese, portoghese, italiano e romeno) è una vera necessità. Ricordiamoci che noi siamo quello che mangiamo, quello che facciamo e come parliamo.

Filippo Salvatore

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