“Non siamo pesci”.

Questo è lo slogan con cui si manifesta l’evoluzione del PCI. Avete capito bene! Partendo da PCI (che Stalin l’abbia in gloria) questo partito/movimento che è nato con il manifesto di Karletto Marx “Lavoratori di tutto il mondo unitevi” (qualcuno preferisce alla parola “lavoratori” la parola “proletari” ma non cambia nulla), si è evoluto in “Non siamo pesci” , rifiutando di tornare nel luogo dove la vita è nata: il rifiuto nasce dal fatto che, continuando questa evoluzione al contrario (sì, lo so che si dice involuzione ma è per farmi capire dai comunisti di ieri, di oggi e di domani) diventeranno amebe come già appare evidente in taluni loro comportamenti. Da cosa nasce questo manifesto: da una invocazione di una profuga congolese (come la nostra ineffabile Kyenge ) salvata credo dalla Sea Watch 3, ed è piaciuta così tanto da sedurre le raffinate menti della più alta categoria di intellettuali presenti in Italia. così, in un orgasmico impeto di condivisione si sono affrettati a firmare lo slogan in tempo reale (sorge il sospetto che ci sia un “amministratore” Whats App che raccolga tutti questi intellettuali cosicché basta dare un ok, un “mi piace” o, per quelli che amano scrivere alla Saviano, Camilleri e qualche altro, un trattato sull’importanza di accogliere i finti naufraghi in superficie, con le navi e le barche di salvataggio perché, non essendo pesci (e magari qualcuno non sa neanche nuotare), non potrebbero salvarli. Che dire di questa allegra comitiva che continua a ballare su un Titanic elettorale che sta affondando e questo perché, non solo non sono pesci, ma non sono neanche topi, i quali, notoriamente abbandonano la nave prima che affondi. Purtroppo una parte sempre più minoritaria in Italia si affida ai nuovi Dante Alighieri o Alessandro Manzoni, vale a dire i vari Roberto Saviano e Andrea Camilleri (non me ne vogliano gli altri ma questi due si agitano più degli altri) sperando che il loro impegno venga apprezzato dalla plebaglia che vota qualunquisti, fascisti, sovranisti, razzisti. A tal punto di orgasmo (politico) questi prossimi “pesci” sono giunti, che un nutrito gruppo di ospiti di Davos (la rinomata località sciistica svizzera dove si incontra l’élite del mondo) decide di giocare al “piccolo profugo” (titolo rubato a “La Verità”) e finge di diventare “profugo” per 75 minuti un’ora ed un quarto perché dopo incombe la molteplicità degli impegni mondani. Cosa accade durante questa oscena pantomina? Intanto una parte della Cittadina viene messa off limits da guardie armate (queste probabilmente gendarmi veri), vestiti di stracci e magari truccati anche da “sporchi”, si fanno perquisire e, probabilmente insultare, si accodano con una gavetta in mano (per chi non lo sa la gavetta è il recipiente con cui viene o veniva servito un frugale pasto alle truppe), probabilmente brodo ristretto di tacchino caldo, alle signore si sequestrano i gioielli con conseguenti scene di disperazione con le mani alla testa ed urla e pianti….! Non vado oltre: questi imbecilli dicono o credono di aver sperimentato la miseria, la sofferenza del viaggio, questi osceni personaggi offendono quelli che queste esperienze le vivono e le soffrono davvero, questi imbecilli recitano e non danno soluzioni, criticano e non danno soluzioni, questi imbecilli sono un insulto al vivere civile e se ne vantano!
Elio Bitritto

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