Mediterraneo nostro d’Europa: ignavie, ipocrisie, naufragi e morte

Qualche anno fa, colpiti nel profondo del cuore, pensandole come nostre madri o sorelle, coscienziosamente lacrimammo per due donne migranti e/o in fuga, affogate “sul primo scoglio spumoso dell’Unione”  europea. La tragica, ennesima vicenda ultima, il naufragio di centosettanta o forse più uomini, donne e bambini, sulla costa libica ci dice di un permanente e inspiegabile orrore e di un insano errore, entrambi ampiamente prevedibili e preventivabili.

Accadde questo, ancora e poi ancora, giacché gli Stati d’Europa e le Nazioni Unite non si risolvono a porre mano, con razionalità pari alla pietà, a provvidenze umanitarie e interventi internazionali utili a rendere certa la vita, quantomeno l’esistenza, ovunque nei continenti ci sia fame e guerra, oppressione e dannazione.
Allora scrissi versi per una sorta di grido intimo e solitario, per risvegliare la mia stessa  coscienza di uomo la cui vita è sufficientemente salva e garantita, ma che ritiene di dover considerare l’altro uomo, prossimo o remoto, … un “cristiano” (un povero Cristo) – come evangelicamente usa dirsi in terra d’Abbruzzo – cui tendere la mano.
Successivamente, di … “fare letteratura” sulla tragedia di un mare aperto soltanto al morire non l’ho creduto possibile, e comunque di nessuna utilità. Ma è ancora questo, peraltro, uno dei momenti in cui nessuno, privato cittadino o uomo pubblico, può più di tanto indignarsi, pregare e deprecare, senza doversi sentire in vario modo coinvolto moralmente, se non direttamente, nell’assurda quanto perdurante inazione e ignavia di nazioni e popoli che si dicono, e soltanto in parte nei comportamenti lo sono, civili e democratiche.
E’ per tale ragione, dunque, che oggi desidero riproporre il mio dire di allora, per la morte di due donne sole, qui ora affogate / sulla sponda sorda e nefasta d’Europa.
GFP

Mare aperto al vostro morire

Nome non hanno, nè più fiato di vita,
non speranza ancora di luce e calore,
due donne sole, qui ora affogate
sulla sponda sorda e nefasta d’Europa.

Da quale terra, per quale di-speranza
hanno preso il mare queste madri
e sorelle, di un padre figlie dilette
e qui ora illividite, senza pianto d’alcuno,
sul primo scoglio spumoso dell’Unione
che t’accoglie come fa un becchino,
illacrimato il ciglio, con corda e badile,
due metri di fossa in terra e null’altro?

Offre una coperta, se accade una bara
o un ospizio peloso, ma nessuna via
di transito, il Commissario del Nord.

Migranti, salpate, se così a voi pare,
da noi qui venite: la morte ch’è vostra
vi sia scafista e compagna sull’onda.
Qui è la riva, ma aleatorio l’approdo,
provvisorio e contrastato il ristoro,
non senza lo scotto, una vita di pena.

Questa l’Italia,
anch’essa povera e sola.
Questa l’Europa,
un continente mercato.
Questo il Mare Nostro,
baratro aperto
al vostro silenzioso, illacrimato morire.

Giuseppe Franco Pollutri, 2011

 

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