I 20 anni dell’€uro

Evviva, gran festa per l’euro che compie venti anni e Mario Draghi ne ha celebrato i fasti omettendo i nefasti (come logica vuole). Annunciato come la soluzione di tutti i problemi dell’Italia e dell’UE ci si chiede se veramente l’euro ha migliorato la vita degli italiani o no. A questo proposito riporto la sintesi fatta da un imprenditore, Giovanni Piero Rotunno, dei dati prodotti dalle varie istituzioni internazionali mettendo a confronto i 17 anni precedenti l’euro e i 17 successivi: ebbene, come dice lo stesso Rotunno, “l’Italia ne esce martoriata. Un’Italia che proprio per le sue caratteristiche di Paese manifatturiero e votato all’export, soffre più degli altri di un cambio troppo forte. Mentre tra l’ 85 e il 2001 il prodotto interno lordo italiano è cresciuto di 482 miliardi di euro (+44%), tra il 2002 e il 2017 di soli 31, uno scarno + 2% in quasi vent’ anni. E l’ export è testimone di quanto l’ euro danneggi la nostra economia. Sempre tra l’ 85 e il 2001, le esportazioni, in termini reali, sono aumentate del 136,3%: dopo l’ adozione della moneta unica, del 40,9%, meno di un terzo. L’ euro doveva servire a rendere irreversibile il processo di integrazione europea, ma non è andata così. I Paesi ricchi sono sempre più ricchi, quelli poveri sempre più poveri. Per l’ Italia il bilancio dei primi vent’ anni di euro è drammatico. Il pil pro capite è allo stesso livello del ’99, la disoccupazione gravita da sei anni attorno all’ 11%, la produzione industriale è ancora inferiore del 22% rispetto al picco del 2007. Gli altri Paesi del sud non stanno meglio. In Spagna i disoccupati sono il 17,2% , 4 milioni di persone, più del doppio del 2007. La Grecia ha perso 500mila abitanti tra il 2008 e il 2016, emigrati all’ estero, mentre la disoccupazione, al 7,8% nel 2007, ora è al 21,5%. La percentuale di greci in povertà assoluta è passata dal 2,2% del 2009 al 15% del 2015. Un terzo della popolazione, 3,7 milioni di persone, è a rischio indigenza. Persino la Francia ne è uscita con le ossa rotte: i senza lavoro sono aumentati dal 7,4% del 2007 al 9,4% dell’ anno scorso. Svariati premi Nobel, soprattutto americani, cercarono di dissuadere le cancellerie europee dall’ adottare una moneta unica: non c’ erano i presupposti per procedere in quella direzione. Troppo grosse le barriere culturali tra i popoli europei, troppo grandi i divari di produttività, troppo diverse le leggi nazionali sul mercato del lavoro. Tanto per sintetizzare le conclusioni, affido le vostre riflessioni non ad un anti-euro e neanche ad un populista qualsiasi, ma a Giuliano Amato che certo non può essere accusato di simpatie che non fossero o che non siano di sinistra “Noi abbiamo avuto la faustiana pretesa di gestire una moneta senza metterla sotto l’ ombrello di quei mezzi che sono propri di uno Stato”. Non solo, ma “abbiamo addirittura stabilito dei vincoli che impedissero di aiutare chi era in difficoltà”. Insomma abbiamo fatto una moneta senza Stato. Per questo «era davvero difficile che funzionasse e ne abbiamo visto tutti i problemi tra i quali esemplare, il fatto che l’unico Paese che ne ha beneficiato è la Germania che, naturalmente, non ha alcuna intenzione di “condividere”. Tutto ciò in nome dell’ Eurogermania über Alles.
Elio Bitritto

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