Ritroviamo Angelo D’Ugo nel pèlago indiano, tra Indonesia e la Malesia

Angelo D’Ugo, per un bel po’ di tempo, l’abbiamo perso di vista per cause di cui qui appreso diremo. Ricordiamo ai lettori che il nostro dottore navigante, ripartito da Brisbane (Australia), dove era giunto il 16 agosto 2017 dopo aver attraversato il Pacifico, ha voluto ancora una volta tornare in mare, questa volta nell’Oceano Indiano. Per poi far ritorno in patria, attraverso il canale di Suez e il mare nostrum Mediterraneo. Questa volta naviga, unitamente allo statunitense Steve, proprietario dell’imbarcazione, su un grande e ben attrezzato catamarano, un “Leopard” di 47,3 piedi (mt 14,42).

La narrazione sul puntuale suo Diario di bordo riprende dall’isola sogno di vacanza per molti, ma lui e il compagno di navigazione vi hanno fatto sosta soltanto un giorno. “Il 12 Settembre annota D’Ugo – lascio Bali alquanto deluso, come spesso accade quando ci si aspetta tanto. Pur sapendo che le spiagge più belle sono a sud, ne prendo nota per quando farò la prossima traversata …”.
Riprende così il suo “andar per mare” e, come altre volte annotato, a ‘esplorare’ le terre e le sue genti. “Data la presenza di tante piccole barche da pesca non fornite di AIS [sistema di identificazione automatica utilizzato in ambito navale]e neanche delle più comuni luci di navigazione, consapevoli delle tante reti calate in mare senza nessun segnale, optiamo per una navigazione d’altura”.

Quindi, “a tappe forzate”, la loro imbarcazione, dopo 200 miglia marine fa approdo all’isola di Bawean, e dopo altre 400 a quella di Belitung. “Qui – scrive Angelo – decidiamo di concederci un po’ di meritato riposo. Ne approfitto per visitare questi luoghi davvero suggestivi. In uno dei tanti snorkel [nuotare in superficie utilizzando il solo boccaglio], tra coralli e pesci variopinti, avvisto una volgarissima cozza … di 30 cm e più. A mangiarla non è stata così saporita come quelle di … Casarza del Vasto. Sembrava più una grossa e grassa bistecca, ma in mancanza di quelle … uastarole, l’ho gradita ugualmente.

Ciò scherzosamente annotato, il racconto diaristico prosegue con altre più meditate osservazioni ambientali e umane. A. D’Ugo, come ha tenuto a precisare all’inizio di questa altra attraversata oceanica, sta navigando “tranquillamente”, nei confort forniti – ci dirà più avanti – dal tipo di imbarcazione su cui si è imbarcato. Nondimeno, sempre con occhi aperti e mente attenta, non soltanto su distese marine e paesaggi d’incanto, ma altresì sulla varia e per noi insospettata miseria (quella legata persino alla lotta per la sopravvivenza) delle popolazioni dimoranti in quelle sperdute parti della terra. Ad esse, come già avvenuto nella navigazione sul Pacifico, per quel che gli è possibile, il nostro navigante, non dimentico di essere discepolo di Esculapio, ogni qualvolta non lesina il proprio aiuto sanitario. Leggiamo infatti, a tal proposito: “È difficile descrivere il grado di povertà di questo popolo, bisognerebbe vedere le loro barche, le loro vele e le loro abitazioni forse per averne una idea. Ciò non di meno non esitano a regalarmi qualche pesciolino e un bicchiere di latte di cocco quando mi avvicino a loro. È un comportamento di una tale tenerezza …”.

Poi, Angelo torna a raccontarci della sua vita marinara:
“La navigazione con il catamarano è una continua piacevole sorpresa. Ampi spazi, tanti confort. Probabilmente la navigazione pura ne risente un po’, certo non ci sono le belle boline con la barca tutta sbandata, ma tutto ciò viene ampiamente ricompensato da un buon piatto di pasta da gustare stando comodamente seduti a tavola. E alla mia “veneranda” età non è cosa da poco. […] I giorni di navigazione sono scanditi dai turni di guardia, movimentati dai frequenti cambi di vele, dai pasti da preparare e consumare, dalla lettura di buon libro alternata con l’attività fisica. Si ha modo e tempo di fare pace con i propri pensieri, fare silenzio interiore per farsi pervadere dalla maestosità e magnificenza del creato e del Creatore …. Poi poco altro, se non il riposo in cuccetta”.

“Il 23 Settembre alle ore 13.50 attraverso l’Equatore tra l’isola Kongka Besar a sud e l’isola Kentar a nord. Sono di nuovo nell’emisfero settentrionale. Non so perché, ma l’emozione è grande, forse giacché grande e improvvisamente acuta si fa la nostalgia di casa. Da adesso in poi sarà la stella Polare ad indicarmi il cammino e a tenermi compagnia nelle lunghe buie notti. (…) Il 26 Settembre saluto definitivamente l’Indonesia. Porto nel cuore immagini di paesaggi stupendi, ma anche i volti di tanti nuovi amici”.

“Ora transito nel mare antistante Singapore che pullula di navi da carico di ogni genere e stazza, e getto l’ancora nell’isola di Pisang, per la prima volta sul suolo malese …”. E’ a questo punto che nel diario leggiamo il resoconto di un “incidente” marinaro che condizionerà, in termini di tempo, la prosecuzione del viaggio programmato.

“Il 27 settembre, nonostante tutte le attenzioni possibili, finiamo per essere … catturati da una delle innumerevoli reti da pesca che sono disseminate in questi mari. La rete si avvolge tutta intorno all’elica, nonostante andavamo a vela e con il motore spento. Mi butto in acqua armato di un affilato coltello e riesco a liberare la barca. Purtroppo lo strappo è stato violento ed ha piegato l’asse creando una falla nello scafo. L’acqua entra in sentina, seguono dei momenti di una certa tensione, con mezzi di fortuna riusciamo a tamponare, seppur parzialmente lo squarcio creatosi e, seppur con una certa apprensione, riusciamo a raggiungere il più vicino cantiere nautico a circa 130 miglia. Sono state le più lunghe della mia vita, sembrava non finissero mai, ma alla fine raggiungiamo Pangkor Marina … Inevitabilmente dovremo trascorrere qui parecchio tempo, per le necessarie riparazioni”.

Una sosta inattesa e forzata che peraltro porta all’amico l’opportunità inimmaginata in partenza di farsi raggiungere dalla persona a lui più cara, “… consente alla mia Penelope di raggiungere il suo Ulisse! Seguono giorni lieti che ci vedono crogiolati al sole su spiagge incantevoli o nella giungla più fitta alla scoperta di animali selvaggi”. Trascorrono cosi per i nostri naviganti “i giorni, le settimane ed anche i mesi dovuti alla difficoltà di reperire i pezzi di ricambio e alla lentezza delle maestranze”.

Poi (siamo così in dicembre), … “finalmente la barca è pronta. Io mi ritrovo, più o meno, “nel mezzo del cammin” di questa mia ennesima avventura. Sono imbarcato esattamente da 200 giorni, ho navigato per circa 4500 miglia marine, altrettante ne restano per toccare di nuovo il suolo natio.

Il 10 di dicembre D’Ugo e il suo skipper riprendono il largo. “Mi attendono circa 1500 miglia in mare aperto prima di raggiungere lo Sri Lanka e successivamente il tratto più lungo (oltre 2000 miglia senza scalo) e anche più pericoloso (… spero tanto di non incontrare i pirati somali), fino al Sudan.”

Una navigazione che il nostro, com’è a noi noto, ha quasi sempre effettuato da est a ovest”, ovvero, come lui ama scrivere … “sempre inseguendo il tramonto”. Un viaggio che in tal modo si protrarrebbe idealmente all’infinito, che comunque avrà il suo termine, il suo “occaso del sole”, soltanto all’ultimo approdo.
Nel desiderio di Angelo D’Ugo, ovviamente c’è, questa volta ancora, il mitico ritorno aItaca. Per lui, come per tanti altri di noi,  … all’isola del Guasto d’Aymone olim Histonium.

Giuseppe F. Pollutri

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