Dello spread e altre cose

Come è ormai (purtroppo) noto, il termine ‘Spread’ è tornato, in tempi recenti, decisamente attuale. Infatti lo spread Btp-Bund, ovvero il differenziale di rendimento tra i titoli di stato emessi dal nostro Paese e quelli tedeschi, usati come termine di paragone, che aveva già (ri) cominciato a crescere negli ultimi mesi, ha subìto un’impennata in occasione della presentazione della Legge di Bilancio recentemente approntata dal Governo Conte, arrivando a superare i 300 punti base, cosa ritenuta, per le nostre finanze, decisamente preoccupante. Lo spread è ritenuto l’indicatore della capacità di uno stato di sostenere il proprio debito pubblico, ovvero: più questo diventa alto, più sono alti gli interessi che lo stato interessato deve garantire agli acquirenti dei propri titoli per convincerli ad acquistarli. In parole più povere, la salita del differenziale indica l’aumento di sfiducia da parte degli investitori nei confronti dello stato che emette i titoli, sfiducia sulla capacità di quest’ultimo di rimborsare i creditori alla scadenza dei titoli emessi. Più gli investitori sono diffidenti, più costa convincerli ad investire. Di qui l’aumento degli interessi che lo stato dovrà pagare sui titoli che lo stesso emette. Nel caso dell’Italia, che ha un debito pubblico a cavallo del 130% del Pil, è evidente che un aumento dello spread significativo comporta un forte aumento dei costi legati al finanziamento del debito pubblico stesso, vista la sua mole. È altresì evidente che la fiducia – o la sfiducia – degli investitori, ovvero dei finanziatori del debito pubblico degli stati, tende ormai a condizionare pesantemente le decisioni della politica. E l’iter della Legge di Bilancio, a riguardo, docet: il deficit previsto (2,4%) non piace alla Commissione Europea, e non piace ai mercati, di qui l’impennata del differenziale Btp-Bund. Di qui anche le polemiche tra il Governo Conte da una parte e diversi esponenti delle istituzioni europee dall’altra. Viene rinfacciato all’Italia di essersi presa in precedenza l’impegno a ridurre il deficit in maniera sostanziale portandolo molto al di sotto del 2,4% previsto attualmente. L’attuale esecutivo del nostro Paese ha ribadito la propria volontà di andare avanti sulla sua strada, nonostante tutto. Se però lo spread dovesse salire ulteriormente la situazione dei nostri conti pubblici potrebbe diventare preoccupante. Chi non ricorda lo spread a 576 punti del 2011? Ciò che ne è seguito ce lo ricordiamo un po’ tutti. È evidente quindi che i mercati possono condizionare in maniera probabilmente eccessiva la politica economica degli stati, che di questi hanno bisogno per finanziare i propri debiti pubblici. Va detto che le argomentazioni addotte dal governo gialloverde attualmente in carica per motivare le proprie scelte hanno una loro validità: se ci si fosse limitati ad un deficit minimo si sarebbe giusto riusciti a raccogliere i miliardi necessari per evitare l’aumento dell’IVA previsto dalle clausole di salvaguardia. Questo avrebbe comportato una probabile quiete dei mercati finanziari ma non avrebbe garantito nessun apporto significativo alla crescita economica. L’attuale Manovra invece prevede invece il reddito di cittadinanza, la ‘quota 100’, la flat tax per le piccole imprese e una serie di investimenti (oltre allo stanziamento dei miliardi necessari ad evitare l’aumento dell’IVA e ad altri provvedimenti). È evidente che le motivazioni di queste scelte sono senz’altro legate alle promesse elettorali fatte dai due partiti di governo, visto che il reddito di cittadinanza è un cavallo di battaglia del M5S mentre la quota 100 e la flat tax sono imprescindibili per la Lega di Salvini. Obiettivo conclamato di questi provvedimenti è favorire la crescita. Per quel che concerne il reddito di cittadinanza, fermo restando che molto dipenderà dalle modalità con cui sarà posto in essere, è un provvedimento dalla valenza sociale, oltre che economica, in quando tende, come da più parti si è detto, ad una ridistribuzione della ricchezza. Potrà anche crearne di nuova? È presto per dirlo con certezza. Certo è che contrastare la povertà che è chiaramente aumentata negli ultimi anni in Italia può giovare non solo al Pil ma anche alla pace sociale, visto che una eccessiva diseguaglianza porta fatalmente delle tensioni in seno alla società destinate, prima o poi, ad esplodere. Per quel che riguarda la flat tax, è evidente che l’eccessiva tassazione è uno dei mali che affligge la nostra economia e una delle cause della crescita economica inferiore alla media che si registra ormai da troppo tempo in Italia. Obiettivo dichiarato della quota 100 è invece, oltre a garantire il giusto diritto alla pensione, quello di liberare posti di lavoro per i giovani, agevolando il ricambio generazionale sul mercato del lavoro. La combinazione di questi provvedimenti dovrebbe, secondo l’attuale Maggioranza, rilanciare la crescita e far aumentare il Pil (il che migliorerebbe il rapporto debito/Pil). I mercati sembrano aver bocciato la Manovra, e anche le agenzie di rating sono dello stesso avviso, come testimonia il recente declassamento dell’Italia da parte di una di queste. Bisogna fare attenzione: se le agenzie di rating dovessero decidere che quelli del debito pubblico italiano sono da considerarsi ‘titoli spazzatura’, l’Italia rischierebbe di non riuscire a trovare più acquirenti per i propri titoli di stato, e allora sarebbero guai piuttosto grossi. L’attuale governo italiano – come si è già detto – ha manifestato l’intenzione di proseguire sulla propria strada, in ossequio alla dichiarata volontà delle due forze che lo sostengono di non accettare le imposizioni dei mercati e dell’Europa del rigore. Certo è che la politica del rigore e delle tasse ha dimostrato palesemente i suoi limiti, e non soltanto in Italia, ed è evidente che in assenza di crescita, o con una crescita anemica, il Paese è destinato a non andare molto lontano. È altresì vero che l’ostilità dei mercati può essere decisamente dannosa. Molto – anzi tutto – dipenderà dall’impatto che i provvedimenti di cui sopra avranno sulla crescita: se questo sarà significativo, il duo Salvini-Di Maio l’avrà avuta vinta. Anche contro i mercati.

Marco Sfarra