Tesori italiani dimenticati in Cina. La concessione di Tientsin.

Sulle tracce dei tesori italiani dimenticati in Cina. La concessione di Tientsin.

Generalmente è risaputo che l’esperienza coloniale italiana si limitò al controllo di Libia, Somalia, Etiopia ed Eritrea. Ai più però è ignoto il fatto che l’Italia riuscì ad ottenere il dominio di un piccolo possedimento in Cina, nella regione del Tientsin. Nel 1901 un corpo di spedizione italiano si unì ad altre potenze mondiali nell’Alleanza delle Otto Nazioni per sedare la Rivolta dei Boxer. Fu una ribellione fomentata da organizzazioni popolari cinesi che si battevano contro l’ingerenza straniera colonialista e dal momento che molte delle associazioni aderenti furono scuole di Kung-Fu, identificate come accademie di pugilato, di conseguenza gli insorti furono considerati dagli europei come “boxer”. In seguito agli accordi di pace, l’Impero Cinese garantì all’Italia e alle altre nazioni partecipanti, il controllo di una porzione del Tientsin. La concessione italiana durò dal 1902 al 1947. De facto però, terminò nel 1943 con l’occupazione giapponese. A causa della pessima qualità del terreno, perlopiù paludoso, la realizzazione delle infrastrutture si presentava dispendiosa poiché le ingenti operazioni di bonifica venivano scarsamente finanziate dal Governo italiano. I primi interventi risolutivi iniziarono solo nel 1912, dove, grazie alle continue pressioni da parte dei diplomatici, il Governo decise di stanziare 400,000 lire alla concessione in modo da accelerare i tempi di realizzazione delle strutture essenziali. L’impronta primaria conferita fu quella di un quartiere in cui sorgevano villini di lusso circondati da giardini recintati. Per questa peculiarità e per la quasi totale assenza dell’industria produttiva, la concessione italiana venne definita dai cinesi come “l’aristocratica”. Fu solo con l’avvento del regime fascista che l’aspetto della colonia mutò considerevolmente. Infatti, fra i progetti di Mussolini, non c’era solo la volontà di mantenere in Oriente un avamposto che fosse ad uso esclusivamente militare ed economico. Ordinò quindi la costruzione di edifici ed infrastrutture in stile fascista così come accadde nelle altre colonie presenti nel Continente Nero. La Tientsin contemporanea è una delle quattro municipalità della Cina insieme a Pechino, Shanghai e Chongqing. Presenta 15 milioni di abitanti e registra una delle maggiori crescite Pil su base annuale a livello mondiale. Com’è risaputo, la Cina è una Repubblica Popolare il cui potere è esercitato dal solo Partito Comunista Cinese, il quale ha deciso di riqualificare quasi interamente il “quartiere” ex colonia italiana per incentivarne il turismo. Per cui, strutture fasciste come l’ex Consolato Italiano, la Chiesa del Sacro Cuore, l’ex caserma Ermanno Carlotto (sede fino al 1943 del Reggimento San Marco) e il Palazzo della Cultura Italiana, oggi adibito a centro sportivo (in cui ancora svettano i quattro fasci littori ai quattro angoli della torre), possono essere ancora ammirati nella loro bellezza austera e rigorosa tipica del Ventennio, nonostante la presenza del regime comunista cinese. Nel frattempo invece, in un’Italia dilaniata economicamente e culturalmente da una sinistra arida di valori e senza amor di patria, capace solo di sbraitare di fascismo e accusare di apologia anche le teste d’aglio perchè condimento preferito del Duce, perfino gli invisibili, piccoli fasci littori ancora presenti come innocui bassorilievi decorativi delle fontanelle di paese rischiano di cadere o sono già finiti sotto la scure della demolizione ad opera di mazza e scalpello griffati Boldrini. Quando il popolo di una nazione recide i legami con il suo passato, con la sua identità, quando seppellisce la fierezza delle proprie esperienze storiche, linguistiche e culturali, si deteriora come qualsiasi organismo in stato vegetativo, sospende il pensiero, smette di desiderare, creare, e inesorabilmente si dissolve.

Alessia Antimario