Eran 300 e sono morti

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Alla ricerca di una identità bocciata dal popolo, alla ricerca di una “rivincita” per le ultime cocenti delusioni, la sinistra vastese ha rimediato l’ennesima brutta figura  andando alla guerra … partigiana: una guerra partigiana,  antifascista ed antirazzista che differisce da quella vera per un solo aspetto, manca il nemico! Meglio, il nemico c’è, è quello rimasto nelle teste, nel DNA di una sinistra incapace di proporsi e di proporre, tesa solo ad affermare la propria esistenza, soprattutto per convincersi di essere ancora in vita; e così un banalissimo episodio  diventa occasione per dimostrare che esiste un pericolo fascista. Non crea maggiore emozione in questi comunistosauri  che l’ascolto di “Faccetta Nera”, quasi il segnale (dalla quinta sinfonia di Beethoven) che dava inizio alle trasmissioni criptate di Londra alla Resistenza (soprattutto quella francese). Eran trecento (ma anche 150) e già li vedo avviarsi da piazza Rossetti, con il fazzoletto rosso al collo, il piglio grintoso del partigiano, coltello tra i denti e kalashnikov a tracolla, uno zainetto con la foto della mamma lontana, di Togliatti ben augurante (… da Mosca), verso le colline di Liscia, al canto di “Bella Ciao”, verso le forre, le valli, le cime che presto imbiancheranno per la neve e, nel mentre i prodi aspetteranno l’arrivo delle squadracce fasciste nessuno li avviserà che invece questi sono in pantofole, al caldo, davanti al televisore che ripropone le performances della Boldrini prima maniera, la ragazza cocodé, e soprattutto davanti ad un piatto fumante di spaghetti con cozze e vongole. Nella gremitissima piazza Rossetti si presentano in centocinquanta, donne e uomini appartenenti ad una decine di sigle (diciamo che sono pochini visto che tra le sigle ci sono tutte le sinistre vastesi che han preso 9.000 voti, e i sindacati).  Parola d’ordine “no pasaran” (che evoca i pasdaran della rivoluzione iraniana, ma è tutt’altra cosa)! E i fascisti “no pasaran” intanto perché non ci sono ma soprattutto perché stanno tanto bene a casa loro alle prese con pane e olio e pomodoro (olio rigorosamente d’oliva che quello di ricino è finito da un pezzo e lo si somministra solo agli stitici), coltivando rape e chicocce e magari anche qualche bel fiore e tutti coloro che passeranno diranno  “o che bel fiore, nato in piena libertà”, nato tra rape e chicocce. “che bel fiore” recita la canzone: bene, non so quale fosse il “bel fiore” dei partigiani, ma credo fermamente che fossero i fiori di chicocce che almeno sono anche commestibili.

Elio, Elio, Elio che sta quÁ