Arte a Vasto. Expo Muzii e Scutece

Arte a Vasto – Expo Giuseppe Muzii e Davide Scutece
Sala Vittoria Colonna del Palazzo D’Avalos
Dal 17 al 23 agosto 2018

Scutece e Muzii_Colonna Expo 2018 Muzii e Scutece_Colonna 2018

Il ready made poetico di Giuseppe Muzii

Non conosco “le origini” dell’autore: sua didattica tecnica, sua formazione culturale, per cui nell’analizzare e proporre ad altri le sue opere mi limito a quel che lui mostra, a quel che intuisco e vedo. Nella mia lettura critica faccio riferimento a ciò che mette in esposizione, alla sua nota ricercazione sul terreno, sorta di  “land art” preparatoria alla elaborazione finale dell’opera.
Se è vero, come diffusamente crediamo, che non è la materia o il ‘materiale’ di per sé, non gli strumenti elaborativi che ‘fanno’ qualità e significatività dell’opera, anche in Muzii va riguardato il risultato finale, per quel che a lui e poi a noi suscita o può suscitare.
Non di meno, ri-conoscendo nelle sue opere quella idea-figura di base ricorrente, non possiamo non renderci conto che in essa fruttuosamente c’è una volontà di trasposizione visiva di ciò che fa navigare il suo animo, che dà modo al suo sentimento poetico di ritrovarsi tra il sogno e le cose ideate e rinvenute, fra segni, colori e oggetti della natura e del vissuto, per un esito immaginifico mai uguale seppur apparentemente ripetitivo. Il suo porre il natante con albero e vela, quale fulcro dei suoi quadri, il suo agganciare o trainare a rimorchio, nell’aria pennellata, invariabilmente, un pesce o una stella pescata a volo, appare ed è uno strumento formale per rap-presentare visivamente un episodio della sua poetica, mirabilmente fanciullesca e autentica: quella che lo ispira e lo diletta, sempre o di volta in volta. Una ‘visionarietà’ funzionale alla narrazione di un sentimento del luogo e del tempo, di quel luogo e di quell’accidentale quanto intensamente vissuto tempo, affinché il “suo” divenga mediatamente “nostro”.

Per giungere a questo,  con una sorta di “ready made” interpretativo, non finale e banalmente esaustivo come lo è stato per il concettuale M. Duchamp nel secolo scorso, Muzii ricerca, compone nella sua mente e poi su un supporto qualsivoglia (dalla sabbia che ha lì nei pressi, passeggiando in spiaggia, alla carta, tavola o tela disponibile in studio), una scrittura poetica non verbale (pur inserendo talvolta, fra materia e colore, quella intuitivamente illuminante parola o frase), sulla quale riflettersi, riconoscersi, e con cui comunicare ad altri quel che il cuore, l’animo e la passione, dentro gli detta.
Il materiale utilizzato, cosiddetto “di risulta”, come natura o la mano dell’uomo lo ha ridotto, lo ritroviamo nel manufatto d’arte ri-composto all’interno di una distesa di luce-colore volto a contenerlo e a ‘esporlo’ semanticamente; per illustrare a sé e agli altri quel suo oggettivo per quanto transeunte momento passionale ed estetico, quel suo raccontarsi esistenziale e fenomenico via, via mutante, ma fondamentalmente sempre uguale.

Ed ecco così in esposizione, nella classica e tradizionale mostra in una stanza, e/o di giorno in giorno nei social, immagini ricche di frammenti e scorie, di ideato vento cromatico in declinazione poetica, di campiture di colore che catturano con immediatezza lo sguardo del visitatore e lo portano nel suo mondo, per regalargli sensazioni visive e, al meglio, emozionali. Ciò che l’arte, sempre (banale a dirsi) contemporanea all’uomo, e l’essere umano che la pratica, hanno da inventarsi e proporre.
                                                                                                                                                                                     Giuseppe F. Pollutri

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 da “Della scrittura pittorica di Davide Scutece”

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[…] Qui dico di Davide Scutece. I suoi dipinti, che in termini accademici parrebbero ‘minimi’ e schematici nella costruzione e nella definizione delle figure (di certo non “naif “, un gusto d’immagine dilettoso e piccolo borghese, che non gli appartiene), sono essenzializzati in visività. S’impongono alla nostra attenzione per la crudezza del segno pennellato con gesto istintivo e dispiegante, per un intuibile coinvolgimento di mano e braccia nel suo rapporto interattivo ‘fisico’ con tela e colori. Le figure sono caratterizzate, in genere o primariamente, da un corposo tratto nero che solca, come per una grafia segnico-verbale, il bianco del supporto o la biacca  del fondo. In Mostra, al primo sguardo, paiono criptici, in termini di significato di partenza e per finalità, richiedono una qualche “nota a margine” d’orientamento, pure, per un espressionismo efficace e attinente ad una comunicazione interpersonale simpatetica, risultano gratificanti per la nostra sfera noumenica, quantomeno. In certe opere poi capita al nostro di mettere da parte o in filigrana il suo ordito in bianco e nero, per spandere a piene mani “secchi di colore” su carta e tela. Ovviamente, quelle che si dicono tinte primarie, il rosso, il blu, il verde e tanto  arancio-sole.  Tinte sempre diluite, gocciolate e striate, giacché il suo abituale medium, per predilezione degli gli acrilici, è l’acqua. A voler ripassare la storia dell’arte, la sua pittura è in certo modo erede dei fauves francesi d’inizio novecento, per i quali il colore si poneva come totalizzante, destrutturante magari, ma capace per se stesso di suscitare i sensi più che la ragione. In Scutece, peraltro, la stesura, distribuzione ed accostamento delle tinte, per quanto forti e nette, configurano una visività tutto sommato “per impressioni”, seppur movendo da una poetica fondamentalmente  espressionista: volta a tradurre nell’immagine l’emotività-denuncia di partenza e da suscitare. Riesce così a proporci immagini fruibili per sensazioni profonde e non estetizzanti, pur nel compito che si è dato di denunciante o ammonitore.

Le sue pitture, frutto di una reiterata intenzionalità ben mirata e av-valorante, rappresentano uno strumento di denuncia talvolta  ideologica, seppur genuina e sincera, e di questa intima urgenza un’illustrazione spontanea e pensosa. Il risultato, per quel che più importa, a lui e a noi, è un rendersi  nell’immagine e attraverso di essa, liberi altrimenti dalle oppressive e stranianti condizioni di un lavoro (di un vivere) che non dà vero e duraturo ben-essere, che si mostra non più capace di generare futuro.

[…] L’action painting di Scutece è culturale prima che artistico-visiva. Si pone – nella chiara autenticità della sua arte – come esempio e stimolo a librarsi con le immagini, con i pensieri che queste suscitano. La sua è denuncia e testimonianza di un “mal di vivere” sociale, al tempo stesso poesia d’immagine, gratificante e liberatoria. La scrittura pittorica proposta è il miglior mezzo epifanico che conosce ed ama. Per raccontarsi: per dire di sé, per essere partecipe della vita degli altri.

Giuseppe F. Pollutri