La flessibilità (a termine) che t’amazza. Generazioni perdute

 

uomo scatoletta di tonno «Mi chiamo Roberto Montino, ho 43 anni, e sono precario da venticinque». Dove vive? «Qui a Milano, in zona Romolo, insieme con i miei genitori». Che lavori ha fatto nella vita? «Il primo impiego è stato nel ’91, barista in una pasticceria di Porta Romana, poi all’Associazione Arcobaleno dove assemblavo giocattoli, poi lo scaffalista in un supermercato, il magazziniere all’ospedale San Luca, volantinaggio, l’educatore in parrocchia, il vicesacrestano cioè allestivo la messa e aprivo e chiudevo la chiesa, ho caricato e scaricato i camion della Caritas, ho aiutato Giovanni Toti in campagna elettorale, ho fatto lo scrutatore, il rappresentante di lista, l’ascensorista e sono stato all’ufficio smistamento lettere per i programmi di Mike Bongiorno. Mai a tempo indeterminato. Sicuramente dimentico qualcosa. Infine ho lavorato per una cooperativa nella manutenzione del verde ed è il mestiere che mi piace di più perché ho un attestato da vivaista». Lo ha lasciato? «Ho preso una pausa perché guadagnavo 14 euro al giorno per quattro ore che diventavano cinque o sei, per cinque giorni la settimana». Fanno trecento euro al mese. «Anche meno. Forse a gennaio riprendo…».

Val la pena di leggerlo tutto > l’articolo < da cui ho tratto il sopra riportato primo brano. Al termine del quale senz’altro verrebbe da piangere … interrogandosi coscienziosamente su cosa (come e quando?) abbiamo sbagliato tutti, eletti (a fare politica) ed elettori. Per poi doversi indignare e chiedere, fare in modo, ciascuno per sé, per quanto gli è dato, che si realizzi un necessario e atteso cambiamento. Storie come questa (chi non ne ha analoghe da raccontare, vissute in prima persona e/o in famiglia, nella propria cerchia di amici e conoscenti?) devono aiutarci a capire, fondamentale come primo passo, che – come ha dichiarato papa Francesco, dal suo pulpito morale e ampiamente mediatico – “Va posto l’uomo al centro della vita sociale”, non – sottinteso – cosa e quanto qualcuno può guadagnarci. Indegno uso e costume, non solo italiano ma globale, che nessuna ‘regolazione’ dell’abuso della persona e della sua vita può avallare e conservare.
Lo capiranno i nostri governanti, quelli che non soltanto non fanno ‘giustizia’, ma che autorizzano ‘ope legis’ evidenti e multiple iniquità sostanziali? Siamo noi tutti in grado di capirlo e, soprattutto, di riuscire a impedirlo, con la comunicazione oltre che con il “voto”, nel presente e per il futuro?

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Il “futuro”… E giah, chi lo ha? Non noi, di “età avanzata”, seppur ancora (provvidenzialmente) dotati di una qualche reddito da pensione, non dannatamente la nostra in molta parte, in un modo o nell’altra, perduta generazione privata di un naturale e legittimo progetto di vita … Una condizione umana che ci riporta metaforicamente in mente, con amarezza soprattutto se si pensa che non è da imputarsi al “fato”, un antico, umano dolore, di chi, vecchio, trova insostenibile per l’animo di doversi dolere per la perdita immatura di un figlio prima della propria naturale fine.

Per usare, visto che ci siamo, un’aggettivazione antica, la nostra, seppur ‘moderna’, ‘evoluta’ e ‘progressista’, ‘tecnologica’ … risulta nei fatti, quanto a umanità, una ‘civiltà’ letteralmente … lacrimevole!
Ma se qui il “fato, rio e crudele” (non il Creatore che ci ha resi e ci vuole liberi nel fare) non c’entra, sta a noi, uomini del tempo, intervenire sul male fatto e che continuiamo ad avallare per ignobili seppur nascosti interessi e fini, oggi, non domani.

Giuseppe F. Pollutri