Il moralista d’oltralpe

macron e moglie

Il toy boy di madame Pompadour (al secolo Brigitte), monsieur Emmanuel Macron, è la rappresentazione vivente della pochezza francese assurta ai vertici dello stato: un signor nessuno che si è presentato come l’alternativa forte alla politica di Hollande e ne ha addirittura ampliato i difetti, con ciò ingannando i francesi e tutti coloro che avevano creduto in una concezione dell’Europa diversa, “En marche” (o forse doveva dire “En marche arrière). E non è passato molto tempo per far capire quale fosse il suo senso dello stato, della morale, della correttezza nei confronti dei Paesi cosiddetti “amici”. Ha cominciato subito stracciando, da uomo di stato, un accordo tra la Fincantieri ed i Cantieri di Saint Nazaire, dando così conto di quanto valga la parola dei francesi. Tra l’altro è lo stesso capo di stato che fa una scorreria ladresca a Savona per controllare un immigrato clandestino, irrompendo, armi in pugno, in un locale per l’accoglienza migranti. Ma questo è nulla in confronto a quello che questo toy boy si è permesso di dire nei confronti dell’Italia sulla questione Acquarius: “vomitevole”, secondo il polletto, il rifiuto dell’accoglienza della nave nei porti italiani. Definire grottesco un capo di stato mi pare poco: direi che è evidente ed esperto conoscitore della parola “vomitevole” avendo già fatto quello che ha fatto Salvini quando meno di un anno fa, il 3 luglio, chiuse i porti francesi. Moralismo d’accatto di un evidente disturbato mentale al quale si può attaccare il cartello “La ferocia dei moralisti è superata soltanto dalla loro profonda stupidità.”

Ma tutto ciò ha una ragione d’essere se si fa riferimento ad uno dei “padri”  dell’Europa (QUESTA Europa), Jean Monnet, il cui pensiero si può riassumere in un suo discorso pronunciato nel 1952, quando doveva ancora iniziare la gestazione di un’Europa “messa in cinta” da troppi padri (forse un’orgia?) e quindi un po’ “puttana”. Diceva dunque Monnet “Le nazioni europee dovrebbero essere guidate verso un superstato senza che le loro popolazioni si accorgano di quanto sta accadendo. Tale obiettivo potrà essere raggiunto attraverso passi successivi ognuno dei quali nascosto sotto una veste e una finalità meramente economica”. A udirle Charles de Gaulle disse che Monnet voleva creare delle “mostruosità sovranazionali”. Monnet era attratto dall’idea di una “Alta autorità” formata non da rappresentanti degli stati, ma da personalità indipendenti (?) scelte per la loro competenza. Da qui, secondo Featherstone (sociologo inglese), l’attuale deficit democratico di Bruxelles: “Monnet ha costruito un edificio europeo con una debole rappresentanza politica”. A chi gli chiese se il suo ruolo fosse quello di “fondatore” dell’Europa, Monnet rispose di no: “Sono un broker”: ecco il peccato originale! Gli anni trascorsi alla Blair Investment Bank e all’impero del magnate svedese Krueger non solo gli serviranno per i contatti nel Dopoguerra, ma lasceranno una impronta indelebile nella sua forma mentis. Monnet in politica parlava sempre della “linea del credito”. Ecco dunque da dove nasce l’ossessione della tecnocrazia al potere, l’ossessione della burocrazia, l’ossessione dei “conti in ordine”, l’ossessione di una élite con il compito “salvifico” di fare l’Europa. Ma quale Europa ci lascia in eredità Monnet? quella di Macron, un qualsiasi polletto francese, guardone invidioso degli interessi italiani e geloso dei propri,  così incapace perfino di ricordare che, a distanza di meno di un anno ha dato del “VOMITEVOLE” a se stesso? L’ultima frase del “broker” dell’Unione europea, pronunciata poco prima della morte, sembra contenere un pentimento: “Si c’était à refaire, je commencerais par la culture”.
Se dovessi rifare tutto, comincerei dalla cultura. Un epitaffio per Macron e l’Europa.

Elio Bitritto