De “La corsa dei Ceri” in Gubbio e di altri italici tramestii politici

E’ nota e rinomata la corsa de “I Ceri” in quel di Gubbio. Tradizionale evento, religioso,
a suo modo etnico e relativamente folclorico, che si tiene nella cittadina dell’Umbria il 15 maggio d’ogni anno.

Non so se a caso o meno, in questi giorni mi torna in mano una raccolta poetica dalla semplice e austera copertina color verde-cenere, dal titolo “Tavole Eugubine”, edito in Tivoli nel 1980, autore il “poeta religioso” Umberto Marvardi (1909 – 1991). Un autore che nella Storia della Letteratura ad uso scolastico lo si direbbe “minore”, nel confronto con i coevi Ungaretti, Rebora e altri di più conosciuto nome, non per scarso valore oggettivo, ma perché – come scrisse Carlo Betocchi, già a prefazione della raccolta “Preghiere e feste cristiane” dello stesso, nel 1958 – è un “poeta che si nasconde, più che rivelarsi, nella sua poesia”.

I ceri_alzata_graphSfogliandolo di nuovo, alla pagina 15 di questo austero ma ispirato ‘quadernetto’, donatomi con dedica e “viva cordialità” dal prof. Marvardi alla presentazione, torno a leggere una lunga composizione in versi sciolti, dal titolo “I Ceri”. In essa descrive con sua spiccata cura della parola e del verbo, con ritmo incalzante e sincopato, il trasporto di corsa dei “tre Ceri coronati da statue di sant’Ubaldo (patrono di Gubbio), san Giorgio e sant’Antonio Abate”.

Un po’ perché questo è il mese dell’evento, non meno che per ritemprarmi spiritualmente al ricordo del paterno e indimenticato docente e amico, di là dell’afflato religioso e dello spessore storico che ne scaturisce, preso inevitabilmente dagli accadimenti politici… dell’oggi (non me ne vorrà il vecchio maestro di fede e parola), nel riprendere la lettura, avverto nell’evocata “dura corsa” al Monte eugubino (“l’Ingino”) una sorta di metafora del tramestio delle macchine politiche portate in qua e in là e in salita (come per una laica viacrucis) dagli uomini che di recente abbiamo nominato (e poco o nulla eletto) nelle Istituzioni, per dare guida e governo al nostro italico suolo e la sua disorientata e frastornata comunità sociale.

Dopo una sorta di contemplativa visione del poeta, a preludio (Dalla cima del colle, ove oltre il tempo, / incorrotto riposa, alla preghiera, / vigile sempre, il beato Ubaldo, / l’anelante viatore scopre monti / lontani, verdi valli …), così in essa si legge, iniziando a illustrare e narrare il singolare e sincronico sforzo dei “ceraioli” e la partecipativa movimentazione della folla:

op donata9-b (…)
Ed essi, in devozione / t’alzano grati i ceri della fede; / mentre cantano a festa le campane / e i ceraioli gl’inni della gioia.

(…)
A calare dai Neri, impazienti, / i ceraioli con gl’immani Ceri, / stanno aspettando il vescovo mitrato  / che li assolva
in articulo mortis;  / e, « Via, ch’eccoli! », dalla larga scesa, / entro un pauroso fremito dell’aria,  / scendono in volo alla Città gremita. / Sant’Ubaldo, san Giorgio e sant’ Antonio  / corrono in cima ai Ceri tra una folla / rotta da invocazioni e grida; / (…) mentre i ceraioli / sottentrano con la spallata, pronti / al cambio degli stanchi; (…) Ma i Ceri, a Piazza grande, / entrano nella folla, / posando un poco / all’imminente slancio  / per il fulmineo avvìo di tre birate. / S’agita sul cavallo il Capitano  / del popolo brandendo una lucente / spada ed aspetta.

Un tramestìo, un vociare alto e confuso / si leva, nell’attesa, dalla calca / sudata e palpitante, (…)

Corrono avanti a fare largo i mastri / delle Università brandendo l’ascia; / e il Capodieci d’ogni Cero, incita / i propri ceraioli che di spalla / l’alzano, animosi …

Con quel che segue, sino in fondo.

Come non pensare – converrete con me – alla “corsa” difficoltosa e apparentemente priva di senso e scopo dei “nostri”, sicuramente più laicamente votati a raggiungere la … “cima del Monte”? Ora che l’ascesa sembra (o dovrebbe) volgere al termine, in attesa che, non si sa bene con quale ‘formula’, c’è in noi la legittima speranza che … “il vescovo mitrato / che li assolva in articulo mortis, concluda con una sua parola e, in certo qual modo, ponga fra i “ceraioli” e i loro “santi” (!) pace, quantomeno “un governo di tregua”! Affinché, … terminata la rappresentazione, commediata in più e diverse lingue, gabbato lo stordolo e/o stordito popolo elettore, sia possibile tornare, con qualche nuova speranza o utile strumento in più, alle proprie, fattive faccende quotidiane.

Giuseppe F. Pollutri

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