Alfie (Evans) l’innocente

«Ho commesso un delitto. Quella povera creatura non sarebbe morta se io non l’avessi uccisa.» (da “L’innocente” di Gabriele D’Annunzio)

Alfie Evans_ritaglio
La vicenda di Alfie Evans è storia di un ‘delitto’ e di una ben precisa incultura civile e sanitaria. Parafrasando la dichiarazione sopra citata, potremmo affermare che “quella povera creatura” … sarebbe morta ugualmente, se le autorità non avessero voluto comunque … ucciderla!

Il piccolo Alfie (Evans), suddito della corona inglese, è morto platealmente per un coacervo di ragioni e pretesti, pro e contro, difficilmente comprensibili soprattutto dal punto di vista dell’umana pietas, di quel sentimento grande e minimo che ci deve accompagnare come una carezza, per il dovuto, non conculcabile rispetto che a ciascuno essere vivente si deve.  Noi spettatori mediatici non sappiamo come altrimenti sarebbero andate le cose, per non averne dovuta scienza, ma è un fatto che il piccolo suddito inglese, proclamato italiano con una tardiva e ininfluente azione italiana, volta ad accompagnarlo con “cure paliative” nella sua impossibilità di vivere, è comunque deceduto, giacché, con evidenza, il suo fisico non era più in condizione di respirare, di alimentarsi …, insomma di vivere autonomamente. Di certo, chi ha deciso e poi sentenziato, ad un certo punto, di “farla finita” e di “staccare la spina” degli apparati medical è parsa crudele è disumana alla luce dei comportamenti assurdi e prevaricatori messi in pratica dalle autorità ciivili e sanitarie.

Nondimeno, quale che sia l’opinione di chi in buona fede o strumentalmente si è espresso contro la giustizia e il sistema sanitario britannici, facendo appello a fondamentali principi umani e religiosi per i quali nessun può determinare la vita e la morte di qualcuno, è pur vero, anzi necessario stabilire o convenire eticamente su ciò che sia da ritenersi “vita”, in termini umano-esistenziali e non puramente fisiologici, e da questo far dipendere se l’uso degli strumenti che oggi la scienza ci ha reso disponibili debba essere considerato un “accanimento terapeutico” fine a se stesso, giacché non curativo, non provvisorio.

Il piccolo Alfie (Evans) -‘ucciso’ da un sistema statale insensato e prevaricatore, già prima che sopraggiungesse la morte naturale – come altre persone in altri casi, pone di nuovo il dilemma del se una funzionalità organica prettamente di tipo vegetativo può ritenersi accettabile e dignitosa per un essere umano, e a chi spetta il diritto e la possibilità di deciderlo. Nel bene e nel male è fede di noi cristiani che tutto avvenga, in termini di vita, data e ricevuta, secondo il divino disegno e la Sua imperscrutabile Provvidenza. Per una coscienza laica, nondimeno, è lecito pensare e volere che a decidere di continuare a sopravvivere in condizioni vitali e funzionali che non si desiderano, debba essere la volontà del singolo se consapevole, di chi ha autorità genitoriale e/o preciso mandato testamentario.

Ma il piccolo Alfie (Evans), l’innocente eticamente vittima di una ragion di stato del Regno Unito (“europeo” finché ad esso pare e piace), pone alla nostra riflessione ancora altra questione e incontestabile realtà sanitaria, italiana non meno che di altri stati e società. Ragionare e legiferare se e in che modo si possa mantenere in vita un essere umano con l’ausilio assoluto di una o più macchine sia eticamente un bene assolutamente da perseguire, in termini pratici e geo-sanitari appare assai spesso accademico e semplicemente accidentale. In molte nostre strutture sanitarie dichiaratamente non … “di eccellenza”, comunque colpevolmente non in grado di dare al malato ciò di cui terapeuticamente ha bisogno “ora e qui”, il concetto di “accanimento terapeutico” proprio non si pone, semplicemente perché di certi mezzi tecno-terapeutici e del funzionale personale non si dispone, o perché (senza che malato e famigliari ne abbiano consapevolezza) i medici curanti hanno autonomamente deciso, in scienza e coscienza , che “non c’è più nulla da fare”.

La vicenda del piccolo Alfie (Evans) ci invita a pensare, ancora una volta, che la vita e la morte (quale vita, quale morte) non può, non deve essere, nella disponibilità dell’essere umano, quale che sia il ruolo privato e pubblico esercitato. Purtroppo, è ciò che in molti casi accade. Il detto “best interest” per il minore, invocato dai giudici inglesi a giustificazione della propria decisione, nei comportamenti pratici, a fronte delle non considerate richieste dei genitori e della comunità internazionale, è apparso in contradizione con il generale e fondamentale rispetto della persona e al miglior interesse per esso. Non è questione soltanto britannica, ma, a ben vedere e riflettere, alla prova dei fatti, è un principio palesemente ignorato e persino calpestato dalle nostre società, dette civili, dai nostri governi e stati pseudo democratici.

Giuseppe F. Pollutri