La sbornia del 25 aprile

macerata

Ne ho scritto negli anni passati e ne ho scritto anche questo anno: il 25 aprile non celebra la Liberazione ma la violenza di gente imbevuta d’odio osceno. E sì, perché c’è odio ed odio, ma quello che si è visto a Macerata, nell’indifferenza delle autorità  (anche se parlare di “autorità” è sbagliato dato che chi di dovere si è dimostrato vigliacco), è osceno. I centri sociali di Macerata ancora una volta hanno mostrato quello che valgono appendendo a testa in giù un fantoccio che doveva rappresentare l’assassinio di Mussolini e già questo dà la misura della miseria morale di cui questi nuovi barbari sono capaci: non contenti hanno invitato i bambini a prenderlo a bastonate per far uscire le caramelle nascoste all’interno, aggiornando in una moderna versione “democratica”, la carnevalesca rottura della “pentolaccia”. Queste bestie hanno commesso due porcherie che possono sembrare antitetiche: hanno insultato un cadavere trasformato in fantoccio ed hanno insultato l’essenza stessa del 25 aprile, quella “Resistenza” che doveva essere un vanto degli italiani ma che sembra sia ridotta ad una riedizione macabra delle vendette del triangolo rosso dopo la fine della guerra. Chissà quale potrebbe essere la loro reazione ad una raffigurazione di un Che Guevara nelle stesse condizioni. Si leverebbero subito i lamenti, le accuse, le reprimende  delle prefiche di regime sui media e nei salotti buoni. I centri sociali di Macerata hanno inscenato un inno alla violenza gratuita e farsesca, nella indifferenza di chi poteva ma soprattutto doveva intervenire sia sul fantoccio, sia sui centri sociali. Ma bisogna anche ricordare che Macerata è quella città dove la mafia nigeriana spaccia droga impunemente e soprattutto quella città che al cospetto del brutale, anche qui OSCENO assassinio di una ragazzina, si stringe attorno ad alcuni immigrati colpiti dalla pistola di un imbecille qualsiasi immediatamente usato come prova della violenza “fascista” di Salvini e della destra in generale. L’oscenità di quell’assassinio è stata dimostrata dal fatto che non una parola di condanna verso gli aguzzini non una parola di pietà per quella ragazzina  e di conforto verso la sua famiglia: ed oggi viene riaffermata l’assenza delle autorità, prima morali che legali, per una oscena rappresentazione  della morte, dell’assassinio trasformato in gioco per bambini.

Una città maledetta dai suoi stessi abitanti.

Elio Bitritto