‘Non vittorie’ a confronto

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Mettendo a confronto i risultati delle elezioni politiche del 2013 e del 2018, non è possibile non notare che, nonostante la differenza evidente tra i risultati e gli scenari politici che ne conseguono, le due competizioni elettorali hanno un tratto in comune, ovvero la ‘non vittoria’.

Ovvero, in entrambi i casi, non è uscita dalle urne una maggioranza autosufficiente in ambedue le Camere. Certamente, in entrambi i casi, una delle coalizioni in gioco ha ottenuto il maggior numero di voti e di seggi, ma nessuno dei contendenti ha raggiunto la maggioranza assoluta né degli uni (che non è necessaria a governare) né degli altri (che invece è indispensabile per ottenere la fiducia delle Camere). Analizziamo le situazioni. Partiamo dal 2013: prima per numero di voti e di seggi fu la coalizione di Centrosinistra guidata dall’allora segretario del PD, Pierluigi Bersani. Il risultato, in termini di voti, fu inferiore alle aspettative, nondimeno lo schieramento bersaniano riuscì a raggiungere, grazie al premio di maggioranza previsto dal ‘Porcellum’ la maggioranza assoluta della Camera.

In Senato, però, per ‘Italia bene comune’ (il Centrosinistra di allora) fu non vittoria, essendo diversi i criteri di assegnazione dei seggi.

Nessun vero vincitore delle elezioni, quindi. Non solo: era stato teorizzata, in una situazione di questo tipo, una coalizione di governo tra il PD e lo schieramento facente capo a Mario Monti, ma i numeri, impietosamente, bocciarono un’ipotesi del genere, in quanto, pur sommando montiani e bersaniani, in Senato la maggioranza assoluta non sarebbe stata raggiunta.

La situazione di stallo fu superata con la formazione dell’esecutivo di grande coalizione presieduto da Enrico Letta. Il risultato non brillante delle elezioni costò, nelle successive primarie, la segreteria a Pierluigi Bersani a cui subentrò Matteo Renzi.

Esaminiamo adesso la situazione del 2018: in termini di voti e di seggi, il Centrodestra ora a trazione leghista è arrivato primo (circa il 37% dei voti) ma non ha vinto, né alla Camera (e qui si sente la mancanza del ‘Porcellum’ che avrebbe garantito la maggioranza assoluta) né al Senato.

Salvini, che ha vinto la gara elettorale con Berlusconi per la leadership del proprio schieramento, non ha i numeri per governare. Altro vincitore politico delle ultime elezioni politiche è il Movimento 5 Stelle. Con oltre il 32% dei voti, la creatura politica di Grillo, ora diretta (solo?) da Di Maio può rivendicare, nel quadro politico attuale, il ruolo di vincitore delle elezioni e aspirante partito di governo.

È evidente che, in termini di numeri, la pretesa di Salvini, quando questo parla a nome di tutto lo schieramento di appartenenza, è la più fondata, ma il risultato da brillante secondo dei pentastellati permette però a questi di puntare al governo, visti gli attuali numeri in Parlamento.

Volendo fare un confronto con la situazione di Bersani nel 2013, è evidente che i bersaniani, grazie alla legge elettorale, poterono contare sulla maggioranza assoluta alla Camera, il che li mise al centro dei giochi, rendendoli candidati naturali al governo, e insostituibili ai fini della formazione di qualsiasi maggioranza di governo. Salvini e Di Maio non hanno lo stesso vantaggio sui competitori.

In effetti la situazione attuale è caratterizzata dalla presenza di tre blocchi, di cui due devono sommare le forze per raggiungere la maggioranza.

Se il PD decidesse di appoggiare uno degli altri due schieramenti, potrebbe determinare quale dei due contendenti formerà il prossimo governo.

Rimanendo invece il PD all’opposizione, e allo stato attuale sembra che sia questa la volontà dei democratici, i due aspiranti a Palazzo Chigi possono solo tentare di accordarsi tra di loro.

Se la posizione del PD resta quella attuale, quindi, esattamente come nella scorsa legislatura l’unica via di uscita dalla situazione di stallo sarà la grande coalizione, finalizzata almeno ad un governo di scopo, anche se questa volta i protagonisti saranno altri.

Marco Sfarra

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