80 anni fa moriva il Vate

D'Annunzio_poesia

Sono trascorsi da pochi giorni il 155° anniversario della nascita e da circa due settimane l’80° anniversario della morte di Gabriele D’Annunzio.

Il Vate, come fu soprannominato, è stato senz’altro uno dei più grandi abruzzesi nonché uno dei più grandi esponenti della nostra letteratura e della nostra cultura a cavallo tra i secoli XIX e XX.

D’altra parte, il Nostro è stato praticamente di tutto: giornalista, scrittore, poeta, drammaturgo, politico, soldato, pilota di aereo e non solo.

Nato a Pescara, durante le varie fasi della sua esistenza ha dato vita ad una vasta, poliedrica e raffinata produzione letteraria.

Diversi sono stati i suoi contributi anche alla lingua italiana. Da ricordare alcune parole da lui coniate per definire realtà moderne come velivolo.

Ma il Vate è stato anche uomo politico e d’azione: acceso interventista, rientrato nel 1915 in Italia dopo più di dieci anni passati in Francia, partecipò a diverse manifestazioni interventiste, durante le quali fece valere la sua eccezionale abilità oratoria in diverse arringhe.

Scoppiato il conflitto decise, aitante cinquantenne, di arruolarsi come volontario e di partecipare in prima persona. Si distinse in una serie di operazioni aeree e navali.

Due tra tutte: la beffa di Buccari e il volo su Vienna. Nonostante le conseguenze limitate dal punto di vista puramente materiale, in quanto le navi asburgiche prese di mira non furono affondate, l’impresa compiuta da tre MAS (D’Annunzio era su uno di questi) penetrati nella baia di Buccari nel febbraio 1918 ebbe una eco notevole e un significativo impatto psicologico, per l’Italia, che si stava riorganizzando dopo la disfatta subìta a Caporetto alcuni mesi prima, e per l’Austria-Ungheria, il cui morale, già provato dall’affondamento della corazzata Wien avvenuto al largo di Trieste ad opera di due MAS nel dicembre precedente, accusò il colpo.

Più eclatante fu il volo su Vienna, eseguito da una squadra di aeroplani che percorsero, a tal fine, mille chilometri di cui oltre 800 su territorio nemico.

Nonostante l’assenza di danni materiali, in questo caso, a differenza che a Buccari, voluta, in quanto gli aviatori italiani si limitarono a sganciare sulla capitale austriaca dei volantini (“Non vi lanciamo che un saluto a tre colori: i tre colori della libertà” era scritto significativamente su una delle tipologie di manifestino lanciate), l’impatto sulle opinioni pubbliche italiana e austriaca fu realmente eclatante.

Dopo la guerra, grazie al coraggio dimostrato e alle imprese compiute, fu insignito di diverse medaglie. Ma l’avventura bellica del Poeta non era finita, non ancora: a causa della mancata assegnazione all’Italia della città di Fiume, D’Annunzio, alla testa dei ‘legionari’ partiti da Ronchi occupò la cittadina istriana.

Ne seguì un originale (anche se breve) esperimento di governo, ben rappresentato dalla Carta del Carnaro, sorta di costituzione provvisoria e, per quei tempi, francamente avanzata che prevedeva, tra l’altro, il suffragio universale maschile e femminile e la libertà di opinione, religione e orientamento sessuale. Gli anni successivi furono caratterizzati dall’impegno politico, e le vicende politiche del Vate si intrecciarono a quelle di un uomo che, negli anni venti dello scorso secolo, compì abilmente la propria ascesa al potere: Benito Mussolini.

Il rapporto tra D’Annunzio e il Fascismo fu decisamente complicato. Dal collateralismo iniziale (nel 1925 D’Annunzio fu uno dei primi a firmare il Manifesto degli intellettuali fascisti) caratterizzato dalla celebrazione del poeta da parte dei fascisti, che fecero propria buona parte della simbologia dannunziana, si arrivò, nell’ultima fase della vita di D’Annunzio, ad un Vate ricoperto di onori e prebende e in grado di condurre un’esistenza sfarzosa nella sua villa-mausoleo, il Vittoriale degli italiani, ma, con tutta probabilità, tenuto d’occhio dal Fascismo, che probabilmente ne temeva l’eccessiva autonomia.

Autonomia concretizzatasi nei rapporti tenuti dal Nostro con gli esponenti politici di varia tendenza, anche socialista rivoluzionaria, nell’autonomia di giudizio, che lo portò ad essere relativamente distaccato e critico nei confronti di un Fascismo fattosi regime e totalmente avverso all’alleanza con Hitler, che D’Annunzio disprezzava.

Un uomo molto complesso, il Vate, che ha lasciato la sua impronta nella nostra letteratura come nella nostra lingua, nella nostra cultura e nella nostra storia.

Un grande italiano e un grande abruzzese.

Marco Sfarra

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