Enigma governo

voto senato

A poco più di una settimana dalle elezioni, non è ancora chiaro chi sarà a governarci. Dalle urne, infatti, non è uscita nessuna maggioranza coi numeri sufficienti a governare. Come era stato, da più parti, largamente previsto.

Chi avrà l’incarico di formare un nuovo esecutivo quindi? I nomi che circolano, sono, spesso, due: Matteo Salvini e Luigi Di Maio. I due sono, a diverso titolo, i veri vincitori delle elezioni.

Salvini è l’azionista di maggioranza della coalizione che ha vinto le elezioni, il Centrodestra, che ha riportato la maggioranza relativa in termini di voti e di seggi. Maggioranza relativa, e non assoluta (di seggi), ed è proprio questo il problema.

Per governare occorrono almeno il 50%+1 dei seggi in ambedue le Camere e allo schieramento ora a trazione leghista mancano più di 50 deputati e di 20 senatori per raggiungere la maggioranza sufficiente a governare.

La situazione di Luigi Di Maio, ragionando in questi termini, è decisamente peggiore. Ovvero: il M5S è senz’altro, insieme alla Lega, il vero vincitore politico dell’ultima tornata elettorale e, in ambedue le Camere, è il partito col maggior gruppo parlamentare. Ma i numeri in Parlamento sono inferiori a quelli del Centrodestra tant’è che a Di Maio e soci occorrerebbero, per ottenere la fiducia delle Camere, più di 90 deputati e di 40 senatori.

È evidente quindi, che coi numeri attuali un governo non nasce. Ma in Parlamento non sono presenti solo i vincitori delle elezioni…

Paradossalmente, a meno che i due poli usciti vittoriosi dalle urne decidano di sommare i propri voti, cosa che allo stato attuale sembra improbabile, sembra che il PD sia destinato ad essere l’ago della bilancia e le speranze di chi vuole governare siano appese alle vicissitudini di chi le elezioni le ha perse.

Cosa farà a questo punto il PD? Renzi, segretario dimissionario, ha dichiarato: “Mai al governo con gli estremisti”, coerentemente, del resto, con quanto detto durante tutta la campagna elettorale.

Ma, stando alle indiscrezioni di una parte significativa della stampa, sembra che, all’interno del suo partito, non siano tutti dello stesso avviso. Certo è che, da parte dei vincitori, è partito più di un appello nei confronti del PD – o degli eletti del PD – a contribuire al superamento della fase di stallo.

A spingere in direzione di un accordo ci sono almeno due fattori: intanto la probabile ritrosia di deputati e senatori a rischiare un ritorno alle urne in breve tempo, che metterebbe in discussione il seggio appena conquistato.

Inoltre, e questo è un problema proprio del PD, vista la situazione politica attuale, una nuova tornata elettorale potrebbe essere, per il partito fondato da Veltroni, un disastro superiore a quello del 4 marzo scorso e a questo punto alla batosta elettorale andrebbe a sommarsi il rischio estinzione.

È evidente che chi cercherà di formare una maggioranza avrà tutto l’interesse ad ottenere l’appoggio di un PD derenzizzato o – e forse questo è il sogno inconfessabile di entrambi i contendenti più accreditati – l’appoggio dei singoli parlamentari, così da avere i numeri per governare bypassando Renzi e soci.

Allo stato attuale delle cose, la dirigenza democratica sembra orientata verso l’opposizione. Bisognerà vedere quale sarà la tenuta del partito e dei suoi gruppi parlamentari, ovvero se, di fronte a possibili pressioni e/o appelli alla responsabilità, non inizierà una sorta di diaspora verso la maggioranza di governo che verrà.

Detto questo, sembra comunque improbabile che si arrivi ad una migrazione di massa dei parlamentari del PD verso uno dei due poli che puntano a governarci, se non altro perché, visti i numeri, di migrazione di massa dovrebbe trattarsi, e la cosa, dal punto di vista politico, sembra assai poco sostenibile.

I numeri hanno comunque sentenziato che, dei tre schieramenti principali in campo, almeno due devono sommare le proprie forze per dar vita ad un governo.

Se l’opzione PD dovesse rivelarsi impraticabile, a Salvini (e ai suoi alleati) e a Di Maio non resterà che prendere in considerazione l’ipotesi di andare al governo insieme.

Ipotesi praticabile? Non molto, vista l’eterogeneità in termini di elettorato, programmi da attuare (e promesse fatte) e, sotto molti aspetti, visione dell’Italia e delle sue priorità. Ma questo non esclude che la cosa sia temporanea, ovvero che nasca un governo di scopo incaricato, per lo meno, di assicurare l’ordinaria amministrazione per il tempo necessario ad approvare una nuova legge elettorale, con cui tornare a votare nell’arco di qualche mese.

Con che risultato lo vedremo, ma è cosa certa che, allo stato attuale delle cose, è il PD, in questo caso, che rischierà davvero grosso.

Marco Sfarra

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