4 marzo: analisi dei risultati

voto-in-italia-elezioni-4-marzo-2018

Il risultato elettorale di domenica scorsa è stato, sotto molti aspetti, conforme alle aspettative, ma al tempo stesso sorprendente, non tanto nell’esito, ma nelle modalità con cui questo si è avuto. Cerchiamo di farne una breve analisi. Il Centrodestra ha raggiunto all’incirca il 37% dei voti e la maggioranza relativa dei voti e dei seggi, come da pronostico, senza però raggiungere i numeri per governare.

All’interno dello schieramento è la Lega il primo partito. La formazione politica capeggiata da Matteo Salvini, oltre ad essere fondamentale per la conquista del Nord, comincia ad avere una presenza significativa anche nel resto d’Italia.

Un coronamento della leadership salviniana, iniziata nel 2013. Alla fine di quell’anno, infatti, alle primarie della Lega Salvini venne eletto segretario sconfiggendo in maniera netta Umberto Bossi, la cui immagine e la cui leadership erano ormai seriamente indebolite.

Alle elezioni politiche dello stesso anno, inoltre, la Lega Nord aveva raccolto poco più del 4% dei voti, dando l’impressione, a più di un osservatore, di essere destinata ad un declino irreversibile.

Il quinquennio di gestione salviniana, però, risolleva le sorti del partito. Il nuovo segretario porta ad una mutazione della formazione politica, divenuta, da secessionista, sovranista e punta ad un radicamento nazionale, tant’è che, dal nome del partito, scompare la parola ‘Nord’.

Nel frattempo, è iniziata una risalita in termini elettorali grazie alla quale, nell’arco di una legislatura, il fatturato elettorale della Lega targata Salvini passa ad oltre il 17% dei voti validi, con un incremento di oltre il 400%.

La linea Salvini, caratterizzata dal sovranismo, dalla dimensione nazionale, dalla permanenza nel Centrodestra e dall’asse con Giorgia Meloni evidentemente paga.

Come paga la politica seguita dalla dirigenza pentastellata, se si tiene conto dell’exploit del M5S che, attestatosi alle politiche del 2013 sul 25%, ha raggiunto il 32% nelle ultime consultazioni.

Evidentemente il M5S riesce, soprattutto nel Centro-Sud, ad intercettare una voglia di cambiamento molto sentita dai cittadini. Inoltre, la politica della non alleanza e il presentarsi come alternativi all’establishment evidentemente, in termini elettorali, pagano.

Non ha portato bene al PD, invece, la gestione Renzi. Divenuto segretario nel 2013, in seguito alle dimissioni di Bersani dovute al deludente risultato conseguito alle elezioni politiche, e dopo aver vinto le primarie del partito, Renzi è stato, nella sua fase ascensionale, culminata nel risultato delle elezioni europee del 2014 (40,8%), il dominus della politica italiana.

Ma la sua marcia, iniziata relativamente bene con alcuni provvedimenti dall’impatto economico significativo e francamente positivo, la qual cosa ha contribuito non poco alla performance del PD di cui sopra, si è a mano a mano impantanata.

Il fatto si può attribuire in parte ai ‘numeri’, visto che quello diretto da Renzi (succeduto nel ruolo di premier ad Enrico Letta ad inizio del 2014) è stato comunque un governo di coalizione, con tutto ciò che ne consegue, mentre all’interno dello stesso PD le frizioni con la vecchia guardia sono state costanti.

Detto questo, però, si può osservare che certe riforme non molto gradite dall’elettorato o non riuscite per vari motivi (non tutti dipendenti dalla maggioranza di governo, in tutta sincerità), la tendenza a mano a mano accentuatasi alla politica dei bonus, la tendenza alla personalizzazione e l’impuntarsi sulla Riforma Renzi-Boschi sono costate care al rottamatore.

In particolare, dopo la rottura del patto del Nazareno con Berlusconi, la decisione di procedere unilateralmente sulla via della riforma istituzionale dando francamente l’impressione di volerla trasformare in una sorta di referendum sull’esecutivo Renzi e sull’operato del suo leader, si è rivelata un’impresa superiore alla forza politica dell’ex sindaco di Firenze.

Di qui l’esito infausto del referendum del 4 dicembre 2016 e le dimissioni di Renzi da premier.

Ferme restando la necessità di correggere le evidenti disfunzioni del nostro sistema istituzionale – avvertita da più parti – a cui la riforma proposta dal PD avrebbe dovuto far fronte, e la necessità di approvare le riforme strutturali che tanto servono al nostro Paese, uscendo dall’indecisionismo cronico che contraddistingue la nostra classe dirigente, soprattutto in materia di riforme istituzionali, la rottura dell’accordo con Berlusconi, consumatasi in occasione dell’elezione dell’attuale presidente della Repubblica, ha contribuito ad assottigliare la base del consenso alla riforma stessa.

Si è avuta così l’impressione di una contrapposizione tra renziani e favorevoli alla riforma da una parte e anti renziani e contrari alla riforma dall’altra, e questi ultimi hanno prevalso.

Giova aggiungere che, anche durante la fase ascendente della parabola renziana, il PD ha cominciato ad essere sempre più in affanno nelle varie tornate elettorali amministrative che si sono susseguite nel corso della passata legislatura, affanno culminato in discreti insuccessi in più di un caso, segno questo di un evidente scollamento tra la classe dirigente democratica e il territorio (e il proprio elettorato). Il passaggio della staffetta da Renzi a Gentiloni, succedutogli a Palazzo Chigi dopo le dimissioni menzionate sopra, nonostante l’apprezzamento ricevuto da Gentiloni da parte di numerosi osservatori anche dell’opposizione, non ha evidentemente risollevato le sorti del PD, come dimostrano i risultati delle elezioni politiche di domenica scorsa.

La sconfitta era nell’aria, ma le proporzioni con cui questa è avvenuta sono traumatiche. Un PD che secondo molti pronostici avrebbe dovuto essere ridimensionato ai numeri del 2013, o giù di lì, ha subìto un vero e proprio tracollo. Inoltre, quella dorsale appenninica costituita dalle cosiddette regioni rosse, unica parte d’Italia dove si supponeva – o si sperava – che il partito fondato da Veltroni avrebbe retto, a causa dell’antico radicamento territoriale risalente ai tempi del PCI, è andata letteralmente in pezzi, riducendosi ad alcune zone della Toscana e dell’Emilia-Romagna, a cui si aggiungono i collegi uninominali dell’Alto Adige.

Quell’Italia centrale rossa ora è tinta, per la maggior parte, di giallo e di blu…

Unica nota positiva è stata la vittoria di Zingaretti, alla guida di un Centrosinistra comprendente anche LeU, alle elezioni regionali del Lazio, ma, vista la situazione, non è molto.

Inoltre, con gli attuali numeri in Parlamento, ogni ipotesi Renzusconi pare definitivamente tramontata. È chiaro che, adesso, per il PD sarà necessario un nuovo inizio.

Marco Sfarra

Vastinforma

Vastinforma, il blog di Vasto, del Vastese e… non solo!