Latino, che passione!

Bettini, a che servono i greci e i romani 2

Non contenta di farneticare sulla necessità di accogliere centinaia di migliaia di immigrati, regolari e non, Emma Bonino dice la sua anche sullo studio del Latino che, secondo lei, non favorisce l’occupazione e la formazione “La scuola deve preparare più e meglio al lavoro: va bene il boom del liceo classico, ma nei Paesi vicini alla piena occupazione come la Germania cercano più ingegneri e operai specializzati che non dei latinisti”. Stiamo parlando di una donna che laureata in lingue e letterature straniere, praticava aborti con la competenza di un gommista di biciclette (quindi abuso di titolo e professione). A parte questo “piccolo” particolare, una laureata in disciplina umanistica che nega la validità del latino fa dubitare della sua competenza in quelle discipline, visto in che conto tiene il latino. Tra l’altro nulla vieta al liceale di iscriversi a corsi di laurea scientifici ottenendo ottimi risultati (e gli esempi sono innumerevoli). Parlo per me e ricordo che uno dei miei professori del liceo, Sergio (?) Fusai, ad un compagno di scuola che gli chiedeva a cosa servisse studiare il latino, rispose letteralmente “ti insegna ad imparare a studiare”. Non compresi, allora, e con me tanti altri compagni di classe, la portata di quella risposta: ci misi anni e come me, altri si iscrissero a discipline scientifiche ottenendo, dopo qualche titubanza iniziale in matematica causata da una certa carenza nei programmi, risultati anche maggiori di chi proveniva da indirizzo scolastici più scientifici. Le “lacune” più evidenti non sono quelle date dalla mancata conoscenza di una certa soluzione “tecnica”, ma sono determinate dalla mancata abitudine ad un certo tipo di ragionamento che è diventato “automatico”. Così chi ha studiato al classico ha una sensibilità, una capacità di astrazione, una attitudine alla comprensione del testo decisamente maggiori e la scuola di oggi, con il suo permissivismo, con la sua necessità di evitare” traumi” derivanti da eventuali bocciature, da un certo lassismo, contribuisce ad abbassare il livello “culturale” (in senso lato non come semplice nozionismo). Una riflessione in questo senso è stata fatta da Massimo Gramellini che in pratica descrive oggi ciò che il prof. Fusai ci disse nel lontano 1958 e che qui di seguito riporto integralmente ed è il motivo che mi ha spinto a ricordare un momento della mia vita da liceale:

Latino e greco sono codici a chiave, insegnano a chiedersi il perché delle cose. Chi impara a districarsi fra Tacito e Platone assimila una tecnica che potrà applicare a qualunque ramo del sapere e della vita. Pur non appartenendo alla schiera degli atei devoti che si entusiasmano a ogni sortita dei preti, vorrei appoggiare una battaglia davvero moderna della Santa Sede: lo studio del greco e del latino. E’ stato il Pontificio comitato di scienze storiche, nel silenzio imbarazzante dei governi «laici», a lanciare l’allarme. I giovani europei conoscono sempre peggio le lingue morte, eppure questo non li ha resi affatto più vivi. Una colossale idiozia propalata dal luogo comune è che Pindaro e Virgilio non servano a nulla. Come dire che la cyclette è inutile perché al termine dello sforzo non ti sei mosso di un millimetro. Ora, è evidente che in nessun colloquio di lavoro ti chiederanno il quinto canto dell’Eneide (magari nemmeno per diventare insegnanti di latino) e che nessuna ragazza pretenderà di essere corteggiata con i versi dei lirici greci, per quanto più struggenti di tante frasette che si trovano nei cioccolatini. Dal punto di vista di un’utilità immediata, quindi, Pindaro e Virgilio non producono risultati. Però allenano a pensare. Attività fastidiosa e pesante. Ma ancora utile. Anche per trovare un lavoro o una ragazza.  Latino e greco sono codici a chiave, che si aprono soltanto con il ragionamento e un’organizzazione strutturata del pensiero. Insegnano a chiedersi il perché delle cose. Chi impara a districarsi fra Tacito e Platone assimila una tecnica che potrà applicare a qualunque ramo del sapere e della vita. Non è un caso se i migliori studenti delle facoltà scientifiche provengono dal liceo classico. Un tempo queste considerazioni abbastanza ovvie venivano fatte dai genitori, per convincere gli adolescenti riottosi a cogliere la vitalità latente di una lingua morta. Adesso si preferisce tacere, forse per rispettare il diritto dello studente a rovinarsi il futuro con le proprie mani. 

Elio Bitritto