L’idioma Nativo. Un saggio di D’Arcangelo per i tipi della Q edizioni

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Presentato lunedì a Pescara presso la sala delle conferenze del Museo Multimediale l’ultimo lavoro del prof Lucio D’Arcangelo, pubblicato dalla Qedizioni di Giuseppe Tagliente, cui appartiene anche questa testata giornalistica.  Un pubblico interessato ed attento ha seguito le interessanti presentazioni al volume che affronta l’insolito tema della ” componente dialettale nel D’annunzio verista, i professori Sorella e Moretti dell’università abruzzese intitolata al grande poeta. Sul volume sono apparse recenzioni sia su Libero che suI Tempo. Qui di seguito quella apparsa su Libero a firma di Renato Besana

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Quando il giovane D’Annunzio inventò il romanzo in dialetto
L’immensa mole degli studi su D’Annunzio ha finora lasciato in ombra il rapporto che egli intrattenne col dialetto, considerato un accidente transitorio delle opere giovanili. A illuminare tale specifico versante provvede Lucio D’Arcangelo con l’Idioma nativo, la componente dialettale nel D’Annunzio verista  (Q edizioni pagg 156 ). Il testo raccoglie l’esito di studi approfonditi che hanno richiesto una duplice competenza:  padroneggiare un vastissimo corpus letterario e conoscere a fondo l’abruzzese. Caratteristiche, queste, che D’Arcangelo possiede. Ricordiamo che fu ispiratore e responsabile tecnico-scientifico di un disegno di legge per la istituzione del Consiglio Superiore della lingua italiana, che il centrodestra in due legislature non ebbe la volontà e l’intelligenza di approvare. Tra i suoi libri spicca Difesa dell’italiano (2003), a dimostrazione che dialetto e lingua non sono in conflitto, l’uno fluisce nell’altra e la rende più sapida. Il D’Annunzio non ancora ventenne che nel 1882 pubblica Terra Vergine cui seguono, due anni dopo, Le novelle della Pescara, si avvicina al verismo allora nella sua parabola discendente – I Malavoglia sono del 1881-discostandosi però dal modello verghiano e ponendo per la prima volta l’accento sugli aspetti magico arcaici della realtà meridionale, evidente in una regione come l’Abruzzo, rimasta isolata per secoli e che a fine Ottocento si apprestava a uscire da un sonno durato settecent’anni, come dice Aligi nella Figlia di Iorio. Così, nel tessuto dei racconti, alla  “pieta per le tragedie quotidiane dei vinti”,  annota D’arcangelo, “subentra la descrizione spesso cruda di una nativa barbarie in cui dominano gli istinti elementari e i personaggi sono vittime di forze soverchianti”. In un articolo pubblicato sul Mattino di Napoli del 1892, D’Annunzio A proposito dei narratori che “praticavano le anguste teorie zoliane”, osservò che “giunsero a mettere in bocca i loro personaggi il dialetto puro o italianizzato, seguendo in questo un esempio non raro nella nostra letteratura dei buoni secoli”. In altri termini riporta riporta nell’alveo della tradizione quel che si era rappresentato come un elemento di rottura.
Diverso è il suo approccio:mentre Verga impiega espressioni dialettali per meglio restituire al lettore la realtà popolare della propria terra, la Sicilia, la prosa “che caratterizzava la narrativa verista diventa nelle mani di D’Annunzio un terreno fertile di straordinarie invenzioni linguistiche”, prefigurando la prosa visiva che contraddistingue lo scrittore della maturità.
Per il futuro autore del Piacere, l’uso delle singole parole passa in secondo piano ed è l’italiano ad accogliere l’impianto del parlato abruzzese, con i suoi usi, per esempio la mancanza del passivo.
È un laboratorio creativo, un processo di contaminazione tra due lingue considerate di pari dignità che D’Arcangelo dimostra scovando nel testo delle novelle gli elementi in cui si sostanzia, siano essi lessicali, grammaticali e sintattici.
Un lavoro minuzioso che non lascia adito a dubbi: “In D’Annunzio il dialetto cessa di avere una funzione mimetica per acquistarne un’altra puramente espressiva, che arriva fino al Trionfo della morte e della Figlia di Iorio viene restituita alla poesia”.
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