Primula la Vita

Primula (favorisci) la vita.
Occorre mettere da parte sentimenti e propositi volti a far prevalere le proprie idee costi quel che costi, a imporre le proprie convinzioni, sia politiche, sia culturali, a scapito di un sano ed equilibrato rapporto con gli altri abitanti del luogo e di ogni altro Paese e continente.
Lo sbocciare delle primule anticipa visivamente il prossimo risveglio e rifiorire delle essenze vegetali sul nostro pianeta. Sia il fiore e l’immagine un modo per ri-pensare alla propria esistenza individuale e comunitaria .

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Domenica scorsa, dopo la Messa, sul sagrato della chiesa, ai fedeli è stato proposto di portare via una Primula, previa offerta, allo scopo di recuperare fondi per giovani donne in attesa di divenire mamme, ma per vari motivi o cause in difficoltà. Questo: in occasione della “Giornata della Vita 2018”. Ed è quello che in tanti abbiamo fatto.

Tutto bello, dunque, tutti sereni e comunitariamente in pace in tal modo?
Evidentemente no, se consideriamo il dibattito, apparentemente tutto politico e in realtà culturale e sociale, in atto in questi stessi giorni nei Media, con reciproci scambi di accuse e offese, da destra come da sinistra, commentando i terribili fatti di Macerata. Eventi esecrabili entrambi, seppur di segno opposto in termini di cause scatenanti, per i quali non si è parlato altro che di morte, indifferentemente data o invocata per gli uni e gli altri esseri umani.

Non entro nel merito e nelle implicazioni dei fatti, ma qui voglio richiamare chi mi legge a una riflessione che valga a interrogarsi del come e perché siamo arrivati a questo in un paese sostanzialmente civile, tendenzialmente democratico, di “sani principi” individuali e comunitari… Questo, in un tempo in parte da ritenersi passato.

Siamo mutati noi stessi e perché? Perché – chiediamoci – questa indifferenza e mancanza di premura nei confronti della vita, non solo derivante da concepimento, frutto d’amore e di voglia di procreare (… come Cristo comanda e istinto di sopravvivenza della specie vuole), quanto e forse più di un’esistenza umana che nel suo nascere e divenire è divenuta drammaticamente condizionata dalla cultura abortista, e precaria per chi nasce e vive malamente, giacché priva anche da noi (popolo ‘sviluppato’) di mezzi e modi per alimentarla in tutti i suoi bisogni e necessità.

Quali che siano gli attori in carica nelle Istituzioni, l’azione politica si mostra incapace, di là dei proclami, di realizzare il primo assunto della Carta fondante della nostra Nazione: dare lavoro a chi giunge all’età adulta, secondo attitudini e preparazione, e con esso beneficiare di reddito e condizioni utili ad avviare un percorso individuale, coniugale e poi famigliare. E di certo questa mancanza non può dirsi un favorire e promuovere la vita.

Ma c’è di più. La nostra società, seppur evoluta e profondamente cristiana in origine, sta perdendo i suoi valori di riferimento, utili se non assolutamente necessari ad affrontare e risolvere con equilibrio e giustizia le difficoltà e le vicissitudini dell’esistenza dell’uomo, singolarmente e socialmente.  Con l’idea che la vita sia semplicemente o soprattutto soddisfare il proprio ego e il proprio corpo, a tutti i costi, a prescindere dai derivanti rapporti con gli altri esseri umani, il bene della vita, propria e/o degli altri, diviene  secondario rispetto al soddisfacimento delle proprie voglie e all’imposizione iniqua, quando non nefanda, delle propri molteplici interessi, all’affermazione, ai fini del potere, delle proprie  idee e convinzioni.
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“Il Vangelo della vita è gioia per il mondo”, ci ha ricordato la Chiesa cattolica nella Giornata sopra ricordata. Vuole essere un monito, civile e non puramente religioso, per rafforzare e sviluppare un’appropriata sensibilità e attenzione alla promozione della vita in tutti i suoi aspetti sociali e non meno economico-esistenziali. Affinché non prevalga anche nelle nostre nazioni, già evangelizzate dalla parola di Cristo e progressivamente sempre più “laiche” (o piuttosto non credenti) l’antico e orribile sentimento e comportamento, individuale e collettivo, del “homo homini lupus” quale principio e fine della nostra esistenza.

Giuseppe F. Pollutri