A Davos la Politica va a rapporto dalla Finanza

905174a0-fd5e-11e7-88c8-439429c1b78f_YFinance_Davos_2018_Special_SessionA Davos la grande finanza medita sull’ultima rapina: l’82% della ricchezza nelle tasche dell’1% della popolazione più ricca. A Davos in Svizzera, come ogni anno, si danno appuntamento gli uomini d’oro del capitalismo finanziario. Questa perversa meccanica dell’arricchimento, che col mondialismo e la globalizzazione ha disarticolato in Occidente i sistemi industriali e le classi sociali, radendo al suolo i ceti medi.
L’anno scorso a Davos pur di far la faccia feroce al neo eletto Trump i banchieri salutarono come una bandiera del libero mercato il presidente cinese Xi Jinping, reduce da una “moralizzazione” del sistema comunista-mercatista-mondialista imposta con alcune migliaia di morti. Tutto in odio al nazionalpopulismo che dilagava nel mondo. L’India controllata dalla famiglia Gandhi era stata persa. I nazionalisti del premier Narenda Modi avevano conquistato il potere. Il Giappone, incoraggiato da Trump, aveva deciso di seguire il premier nazionalista Abe nelle politiche di riarmo. In Russia Putin aveva resistito all’offensiva di Obama e della Clinton e aveva esteso la sua presenza in tutto il Medio oriente. E se non bastasse, nonostante un anno di feroci attacchi mediatici, Trump occupava ancora l’ufficio ovale della Casa Bianca. E venerdì 26 gennaio 2018 proprio nel Forum di Davos avrebbe rivendicato i successi della sua presidenza. 1500 miliardi di tasse in meno, il taglio di tasse più grande di tutta la storia. Due milioni di nuovi posti di lavoro in un anno. Il boom della Borsa e quindi dei fondi pensione americani. Le grandi imprese che tornano ad aprire fabbriche negli Stati Uniti. La sperimentazione di dazi punitivi per limitare le esportazioni cinesi di pannelli solari e di elettrodomestici coreani. La denunzia del multilateralismo commerciale con l’Asia. La denuncia del Nafta, l’equivalente nordamericano del mercato unico europeo. La revisione dei rapporti con la Cina e l’Europa. Insomma dopo un anno l’America da fortezza e piattaforma del sistema s’era trasformata in una potenza che contrasta la globalizzazione, il mondialismo, l’internazionalismo finanziario. Una catastrofe. Certo, Macron, la Merkel, l’italiano Gentiloni segnano una continuità con il passato. Ma sono poca cosa. Assediati come sono dai populisti. A sfidare i faraoni della finanza, signori della moneta debito usuraia ancora una volta ci ha pensato Trump. Taglia 1500 miliardi di tasse in un Paese, gli Stati Uniti, gravati già da 20.000, dico ventimila, miliardi di dollari di debito pubblico. Una sfida che fa terra bruciata di tutte le politiche di austerità monetaria che la Germania vorrebbe restaurare per annientare l’economia italiana. A Davos devono prendere atto che il tempo degli Stati dominati dai vincoli esterni sono alle nostre spalle. In primavera se forze come la Lega otterranno un buon risultato elettorale, la gabbia del vincolo esterno sarà distrutta anche per l’Italia. E gli europei si saranno liberati dell’ottuso ordoliberismo tedesco e del loro maggiordomo francese.        Emiddio Novi